Covid in bergamasca 2020. Imprenditori e politica

Di seguito alcuni stralci di un articolo della Verità, che allego più avanti.

Si avvicinano le Europee e le comunali di Bergamo, si scoperchiano gli altarini: è la conferma di quello che abbiamo sempre denunciato sin dal primo giorno, le collusioni tra politici (e che politici!), e l’imprenditoria orobica confindustriale. Quella imprenditoria tra l’altro che probabilmente il Covid lo ha portato in Val Seriana non interrompendo i suoi rapporti con la Cina quando erano vietati tassativamente usando ogni sotterfugio possibile per non subire un danno economico.”A prescindere dagli esiti giudiziari, tuttavia, quel materiale mantiene ancora oggi una notevole rilevanza politica. Tanto per cominciare, dalla ricostruzione (forse parziale ma comunque indicativa) di quei primi spaventosi giorni nella bergamasca, emerge l’ombra di un caos totale che lascia allibiti. I politici si muovevano senza sapere dove dirigersi e come comportarsi, le comunicazioni erano difficili e confuse. Di utilizzare gli strumenti adeguati – ovvero i piani pandemici – nemmeno a parlarne: pare che tutto sia stato fatto all’impronta, basandosi sull’emotività più che sulla ragione”. (cgr. “Verità” 04.02.2024 12 3)

“Dalle carte visionate dalla Verità, effettivamente, emergono le pressioni e gli intrecci tra la classe imprenditoriale e la classe politica lombarda in quei giorni fatidici del 2020.La ricostruzione degli inquirenti comincia il 21 febbraio (cioè la settimana prima che Gori incitasse ad andare in città regalando biglietti del trasporto pubblico a chi vi si recava a fare spese – ndr), quando il sindaco di Bergamo, Gori, parla al telefono con Massimo Giupponi, direttore dell’Ats, e viene informato da quest’ultimo di un imminente confronto con il direttore della locale Confindustria, Paolo Piantoni.
Parlando con Alberto Ceresoli, direttore dell’Eco, Gori lo conferma: lui spera «che Bergamo non venga inquadrata in zona rossa, ma solamente gialla» (quindi era cosciente della situazione pandemica – ndr)
Il 25 febbraio, (martedi alla vigilia della cena della giunta di Bergamo nella pizzeria da Mimmo tesa a rassicurare i cittadini a dimostrazione che non vi era più pericolo – ndr) il primo cittadino di Nembro, Claudio Cancelli (del PD – ndr), riferisce al sindaco (di Bergamo – ndr) di essere stato contattato da Pierino Persico (grande sostenitore di Renzi – ndr), presidente dell’omonimo gruppo, famoso per aver realizzato lo scafo di Luna Rossa, «in quanto preoccupato per la chiusura dell’attività produttiva»”

Qui entra in gioco Elena Carnevali, già deputata democratica (ora candidata a sindaco di Bergamo – ndr). ll 4 marzo del 2020, infatti, troviamo traccia di una chiamata della Carnevali a Gori.
La deputata (che l’08 luglio 2021 ha demolito con Ribolla della Lega la commissione parlamentare di inchiesta sul Covid – n.d.r.) “rivela al sindaco di essere stata raggiunta sempre da Persico, «il quale la esortava di far sì che le zone industriali venissero escluse dal provvedimento di chiusura»” e via così….
Naturalmente la Verità racconta la sua verità, facendo un’inchiesta a senso unico sul centro sinistra guarda caso alla vigilia delle comunali e Europee dove molti di questi personaggi sono parte in causa. Vi sono poche allusioni al sindaco leghista di Alzano Lombardo le cui posizioni contrarie alla zona rossa sono anche sui giornali dell’epoca. Per non parlare del Ribolla in predicato per mesi di essere il candidato leghista alla poltrona di sindaco di Bergamo, pur essendo un incompetente manifesto. Evidentemente la Lega gli deve qualche cosa….
Poco anche sul ruolo e l’intreccio tra industriali e Regione (governata dal Centrodestra), ma magari nelle prossime puntate sapremo forse di più.

Un dato mi sembra significativo: a un certo punto la politica, attorno al 10 marzo 2020, siamo nell’occhio del ciclone la gente muore a cataste e le sirene delle ambulanze e le campane a morto scandiscono il passare delle ore, cambia rotta. Ma in quelle ore Persico arriva adirittura a lamentarsi con Gori del fatto che l’assessore regionale Gallera “vorrebbe chiudere l’intera Lombardia” (ma anche questa non si fece e invece venne varata la famosa zona arancione per tutta l’Italia). Gori cerca di fare cambiare idea all’inossidabile Persico segnalandogli che ci “sono ormai molti morti”. Anche se il giorno dopo rassicura il patron della Brembo Bonbasei (suo grande sponsor 50.000 euro versati tramite la moglie di sostegno alla sua campagna elettorale per le comunali di Bergamo) che ci “sarebbe un accordo tra Fontana e Bonometti in cui veniva definito quali aziende chiudere e quali no”, accordo che salvaguardia alcune grandi imprese come la sua Brembo e la Tenaris dei Rocca, chiudendo solo le medie e piccole imprese (poi chiuse con numerose eccezioni secondo la classificazione dei codici Ateco).

Ma il 12 la situazione è totalmente fuori controllo e scatta la famosa zona arancione, con l’esclusione delle aziende di alcuni codici Ateco quelle assolutamente necessarie (su questa vicenda si dovrebbe poi scrivere un libro). Ma in quei frangenti sono gli imprenditori a chiedere la chiusura delle aziende. Il motivo è chiarissimo. Matteo Tiraboschi della Tenaris interloquisce con Gori chiedendo “una ordinanza del governo che possa giustificare la situazione”. Gori gli ricorda che “erano stati loro stessi a chiedere al governo di restare aperti” e la risposta di Tiraboschi è lapidaria il fatto è “che si sono ritrovati senza personale in quanto hanno tutti paura di andare a lavorare e quindi restano a casa. E per questo motivo non hanno più forza lavoro è per mandare avanti la produzione”. In sostanza i lavoratori hanno attuato la forma estrema dello sciopero bianco, nel silenzio tombale dell’informazione, ma come noi avevamo subito rilevato. Uno sciopero le cui dimensioni e radicalità ha di fatto fermato le aziende, uno sciopero la cui ricostruzione e storia andrebbe scritta.

E lì gli industriali chiedono all’ancora compiacente Gori di emettere un comunicato sul tema dell’assenteismo degli operai che porti a “un’ordinanza governativa di chiusura delle aziende”.
Il tema è chiaro le aziende, grazie alla iniziativa spontanea operaia, non hanno più personale per produrre e quindi chiedono un decreto sia per non rovinare l’immagine delle aziende in borsa (con le conseguenze del caso), come nel caso della azienda di Bonbassei, sia poi per accedere alle compensazioni economiche governative del caso. Ciò nonostante c’è ancora, nella parte più ottusa del padronato, chi pervicacemente in mezzo ai morti vuole continuare a produrre come Bombasei. E qui Gori si esprime chiaramente cambia idea ma solo “in virtù del cambiamento di idea da parte delle aziende produttive”.
IL 21 marzo Gori sintetizza “le difficoltà nel dichiarare la val Seriana zona rossa” sono dipese “dalle pressioni ricevuta da Confindustria” e la volontà di non chiudere partiva anche dal sindaco di Alzano Lombardo unitamente ad alcuni industriali della zona tra cui la ditta Persico” (della Morini e dei Radici non si ricorda mai nessuno…).
Come non ricordare le cerimonie per i morti messe in piedi proprio da molti degli attori politici, senza ritegno, di questa tragedia? Forse per questo a quelle cerimonie è sempre stata impedita la presenza dei cittadini?

Francesco Macario – segretario federazione prc Bergamo a provincia