San Paolo d’Argon. “I Casocc”: una cascina da salvare

Risale al Seicento la cascina, “I Casocc”, posta sulla sommità della collina che si trova appena a nord della Chiesa parrocchiale e dell’ex Monastero benedettino di San Paolo d’Argon, ed è uno degli edifici del nostro comune che rientra fra i beni architettonici da tutelare secondo quanto stabilito nel 1999 dalla Soprintendenza del Ministero dei Beni culturali e ambientali (gli altri edifici sono le chiese medievali di Santa Maria in Argon, di San Lorenzo e San Pietro delle Passere oltre al citato complesso dell’ex Monastero e Chiesa parrocchiale).

Sulla scorta di un documento dell’XI secolo si ipotizza che sulla sommità della collina – l’estremità orientale dei cosiddetti Monti di Argon che fanno parte del Plis intercomunale – vi avesse sede, tra l’Alto e il Basso Medioevo, una rocca, cioè “una piccola fortezza costituita da un recinto in legno sopra un terrapieno”, in posizione dominante rispetto alla strada per la Valcavallina che passava ai piedi della collina.

Sulle vicende storiche, strettamente legate alla storia quasi millenaria del Monastero benedettino, ma anche su quelle più recenti’ si rimanda alla scheda http://www.alternainsieme.net/mon.restauro/cascina.htm.

Da diversi anni la cascina è disabitata e, a dispetto delle indicazioni della Soprintendenza, in pieno degrado, come possono documentare le fotografie scattate che risalgono a settimana fa. Risulta quasi scomparsa e inefficace anche la rete di plastica rossa sistemata da 7 o 8 anni per tener lontano le persone dato anche il pericolo di crolli e ormai si intravedono chiaramente fessure pure nel tetto che preludono senz’altro ad una più decisa accelerazione del degrado.

L’edificio in questo scorcio d’estate, stagione nella quale la vegetazione è particolarmente prorompente, risulta semi nascosto anche guardando dal basso, mentre dal cortile adiacente, in altra stagione, si presentava un ineguagliabile belvedere a 360 gradi, dalle montagne e dalla piana dei paesi vicini a San Paolo d’Argon alla pianura Padana fino agli Appennini. Ora sulla cascina e sul cortile incombono arbusti e rovi tanto che, con le piante cresciute e moltiplicate in particolare con l’avvento della robinia, non si vede più niente se non da qualche scorcio ristretto attraverso il fogliame.

Del bosco che avanza nel territorio della bergamasca si è parlato recentemente anche nella stampa locale, certo come fatto positivo in quanto incrementa la quantità di alberi, ma purtroppo ciò avviene a discapito di pascoli e terreni agricoli nel quadro di un preoccupante abbandono a partire dai boschi stessi via via sempre più degradati nella loro qualità.

A San Paolo d’Argon si vede bene come l’avanzata del bosco abbia invaso svariati spazi occupati un tempo dai terrazzamenti collinari che hanno richiesto il lavoro di secoli e secoli per conquistare nuovi territori per l’agricoltura. Così sta avvenendo in più punti del territorio comunale e tutta la collina dei Casocc – un tempo meticolosamente terrazzata sui versanti a sud e est – ne è particolarmente interessata almeno nella parte superiore. La cascina stessa era parte, posta nel punto più alto, del grande podere del Monastero racchiuso entro il “brolo tutto cinto di mura” (di cui rimangono tracce). Era questo l’ appezzamento agricolo coltivato direttamente e con particolare cura dai monaci attraverso il lavoro servile e corrisponde probabilmente al territorio “donato” ai monaci cluniacensi dal conte di Gisalberto nel 1079, anno da cui si fa cominciare la storia del Monastero sampaolese che avrebbe dato in quei secoli uno straordinario impulso alle bonifiche e alle trasformazioni agricole a San Paolo d’Argon e in tutta la zona.

Di proprietà privata, nel frattempo la cascina Casocc continua il suo progressivo decadimento senza che purtroppo nulla accada. “Luogo del cuore” – secondo le parole un po’ leziose di questi tempi in uso nei media – lo è sicuramente per tanti concittadini (e non solo) e meriterebbe una attenzione più puntuale, come avvenne nel decennio scorso quando proprio la sommità della collina che circondava i Casocc vennero “liberati” – per iniziativa del Comune e della Regione – dalla gigantesca e aberrante mole edificatoria che gli era stata costruita attorno a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso (si rimanda alla scheda già citata).

Servirebbe ora ancora uno sforzo, dell’ente locale, ma anche di altre istituzioni nonché del molteplice e fiorente associazionismo locale, per cercare di acquisire lo stabile e le pertinenze e poter dedicare alla cascina – non senza urgenza – quegli “interventi di restauro e risanamento conservativo attento alla tipologia tipica della tradizione edilizia locale” indicati nel provvedimento citato del Ministero dei beni e delle attività culturali, nonché poterla dotare di strutture e strumenti – provo a suggerire – per attività didattiche a servizio delle scuole, di un museo multimediale dedicato al territorio (ci sono ormai anche in loco le competenze per pensarlo e realizzarlo correttamente), di spazi per le funzioni specifiche (controllo, ricerca, divulgazione) del Plis di cui fa parte oppure per le attività dell’associazionismo e semplicemente per lo svago e la ricreazione.

Credo si debba e possa verificare se ci sono interesse, disponibilità e risorse sufficienti: per un progetto che potrebbe essere efficace per dare un impulso alla difesa del patrimonio storico, naturalistico, agricolo e paesaggistico della collina e per poter contrapporre alla – talora – pessima gestione o perfino distruzione del patrimonio storico minore del paese un esempio alternativo e positivo a disposizione della cittadinanza.

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