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“Restauro
dell' ex-monastero di San Paolo d’Argon”
Vuoi
vedere che hanno già deciso tutto?
Aspettiamo
di sapere che cosa (con qualche preoccupazione...)
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[14 novembre
2007]
Sono
trascorsi già due anni dalla delibera della Giunta regionale
che ha avviato l’Accordo di Programma per la
“Ristrutturazione e recupero conservativo del
Cenobio di San Paolo d’Argon e completamento del restauro della
Chiesa di Santa Maria in Argon”, indicando per il Monastero
le seguenti possibili destinazioni:
“centro multifunzionale di spiritualità (centro studi con annesso
centro di documentazione, biblioteca, sale polifunzionali e
spazi espositivi); struttura turistico ricettiva con target
di ostello; centro studi e ricerche sulla musica sacra; centro
convegni; musei degli strumenti musicali e liturgici e degli
strumenti etnici; strutture didattiche e di appoggio (biblioteche,
sale studio) per percorsi specializzati post laurea e master;
scuola di restauro”.
Insomma,
“chi più ne ha più ne metta”, compreso il tutto e il suo contrario,
nonché notevoli dosi di fumo (come di fatto confessa onestamente
il testo della deliberazione regionale). Dal canto suo l’Amministrazione
Comunale di San Paolo d’Argon – secondo le parole dell’allora
sindaco Angelo Pecis – si premurava di aggiungere altra carne
al fuoco, come “la programmazione
e la ridefinizione dell’intero comparto edilizio ed urbanistico
che comprende anche la parti rustiche poste a sud (per la gran
parte di proprietà privata) e la proprietà della Parrocchia
(oratorio, centro sportivo e scuola dell’infanzia)”.
L’investimento
previsto di 15.000.000 di euro, anche se poi scesi a 12.215.000,
è veramente ragguardevole: in pratica poco meno della metà dei
fondi necessari per la Variante alla Statale n. 42 da Albano
a Trescore. E a metterceli i soldi sono Regione Lombardia (€ 2,5
milioni di euro), Provincia di Bergamo (€ 2,5 milioni),
Comune di San Paolo D'Argon (500.000 euro), Curia di Bergamo
(4,715 milioni), Fondazione Cariplo (2,0 milioni).
Entro
120 giorni, secondo la delibera regionale, si sarebbe dovuto
“perfezionare” l’Accordo di Programma,
mentre l’Amministrazione Comunale, nel dicembre 2004, scriveva
che “non appena sarà disponibile una concreta proposta
d’intervento verrà aperto un pubblico dibattito su questo tema
di grande valenza per la nostra comunità”.
Tale
pubblico dibattito non è mai stato convocato, ma nel frattempo
tutti i soggetti coinvolti (Regione, Provincia, Comune, Curia,
Parrocchia di San Paolo d’Argon e Università di Bergamo) hanno
tenuto ben 6 incontri tecnici in Regione (l’ultimo il 13 settembre
2006) ed è stato annunciato (nel sito della Regione) che “la segreteria tecnica sta predisponendo il
testo dell’Accordo”.
In
altre parole tutto potrebbe essere già stato deciso, senza che
alcunché di significativo sia mai trapelato (con buona pace
di chi crede nel valore della partecipazione), ed è facile prevedere
che il dibattito pubblico promesso si risolverà in una cerimonia
in pompa magna solo per spiegare alla cittadinanza che tutto
va bene, anzi benissimo. Sapremo cioè ancora una volta solo
post festum quali sono le decisioni definitive e cosa abbia
detto o fatto l’Amministrazione comunale che al tavolo regionale
ha rappresentato tutti i cittadini di San Paolo d’Argon.
Tutti
ricordano che la questione del Monastero è stata uno dei temi
della bega elettorale fra la lista di Rinnovamento Democratico
e quella di Vivi San Paolo, ma entrambe – pur mostrando di essere
state ben informate dai propri referenti politici presenti nelle
maggioranze di centro-destra di Regione e Provincia (cioè i
medesimi referenti per
entrambe le liste) - si sono ben guardate dall’informare a loro
volta i comuni mortali sui nodi ancora da sciogliere e sui rispettivi
intendimenti.
L’unico
accenno concreto (si fa per dire) lo abbiamo trovato nel programma
della lista Rinnovamento Democratico (quella che ha vinto le
elezioni), dove si leggeva che nel progetto “è
prevista anche la realizzazione di una sala teatrale interrata
(425 posti)”: un intervento tutt’altro che “leggero” e che
presuppone inoltre parcheggi e viabilità proporzionati col rischio
di compromettere il delicato rapporto del Monastero con tutto
il suo contesto.
Ma
non è il solo dubbio che ci è venuto.
E’
infatti abbastanza plausibile che la Curia, nel momento in cui si accinge a sborsare ben
4.715.000 euro per il Monastero, intenda ragionevolmente
assicurarsi ritorni non soltanto spirituali: una legittima esigenza
questa, che però potrebbe - ahinoi! - entrare pericolosamente
in contraddizione con il rigore che si richiede nel restauro
del Monastero e nell’individuazione di nuove, ma appropriate
funzioni.
Ed
è ulteriore ragione di preoccupazione il fatto che, tra il 2004
e il 2005, quando il Consiglio Comunale si accingeva a definire
il perimetro del Parco collinare (Plis), la maggioranza abbia
con fermezza bloccato la proposta di estenderlo al Monastero
e alle sue pertinenze, dicendo apertamente che non si doveva
rischiare di creare problemi all’Accordo di Programma.
A
rigor di logica e di buon senso – notiamo da parte nostra -
non dovrebbe invece proprio esserci alcuna contraddizione tra
un Parco agricolo e la salvaguardia di un Monastero che in tutti
i secoli della sua storia si è caratterizzato come propulsore
di attività agricole!
C’è
poi la questione dell’oratorio, su cui Curia e Parrocchia non
hanno mai comunicato ufficialmente quale risposta intendano
dare a un interrogativo tutt’altro che secondario: sistemare
quello esistente oppure farne uno nuovo per lasciare l’ala del
Monastero attualmente occupata dall’oratorio a disposizione
della Curia?
Ma
come è possibile questa seconda ipotesi se non stravolgendo
ulteriormente – con una nuova
costruzione - il comparto urbanistico a destinazione “religiosa”
che sta intorno al Monastero e compromettendone ulteriormente il
suo rapporto con il paesaggio?
Quanto
all’oratorio, non possiamo non notare che da più di mezzo secolo
è stato lasciato praticamente a se stesso, senza cioè che la
borghesia cattolica locale – divenuta nel frattempo ricca, anzi
molto ricca – si sia mai data la briga di mettere le mani al
portafoglio per renderlo vivibile, accogliente e funzionale.
Si
pensa forse ora di farlo con i soldi pubblici?
A
nessuno può infine sfuggire che, per circa la metà, i finanziamenti
ipotizzati sono costituiti da denaro pubblico, messo munificamente
a disposizione da Giunta Regionale, Amministrazione Provinciale
e Amministrazione Comunale, sottraendolo ad altri usi e bisogni
collettivi.
Ovvio
quindi che tutta l’operazione non può limitarsi in un regalo
alla Curia (o alla Parrocchia), ma sollecita di prevedere -
almeno per una parte del Monastero, come L’Alternativa in passato
ha varie volte proposto - una destinazione e uso civili e sociali,
di proprietà interamente pubblica, anche comunale, per tutti,
in sintonia peraltro con la storia stessa del Monastero, almeno
in diversi dei suoi passaggi più o meno recenti .
Per
questo non possiamo esimerci dal ricordare ai maggiorenti locali
dei gruppi che siedono in consiglio comunale, solitamente molto
restii a distinguere tra Comune e Parrocchia (o Curia), che
le ragioni della democrazia e quelle della laicità vanno di
pari passo, anzi non c’è democrazia senza puntiglioso rispetto
della laicità e puntigliosa distinzione tra ciò che è di Dio
e ciò che è di Cesare.
Una
distinzione quest’ultima che - secondo quanto si può legittimamente
inferire da una testimonianza sommamente autorevole di due millenni
fa - potrebbe avere grande importanza anche ai fini della salvezza
eterna.
San
Paolo d’Argon, 14 novembre 2006
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