Atto Camera
Interpellanza
urgente 2-00259
presentata da
EZIO
LOCATELLI
lunedì 4 dicembre 2006 nella seduta n.081
I sottoscritti chiedono di interpellare il Ministro degli affari esteri, il
Ministro della giustizia, il Ministro dell'interno, per sapere - premesso che:
Abou Elkassim Britel, nato il 18 aprile del 1967 a Casablanca, a
ventidue anni è emigrato in Italia, a Bergamo, dove ha lavorato come operaio,
dal 1995 è sposato con Khadija Anna Lucia Pighizzini, residente a Bergamo, e dal
1999 è cittadino italiano;
la Questura di Bergamo, nel 2000, ha aperto
su Britel un fascicolo, avviando indagini su presunte finalità terroristiche, in
base al fatto che in casa del fratello di Abou sarebbe passato un sospetto
responsabile di una cellula terroristica in Italia;
il 3 luglio del
2001, alla vigilia del G8 di Genova, la casa di Abou e Khadija viene perquisita
dalla polizia;
lo stesso anno il Corriere della sera ha
pubblicato la notizia del ritrovamento del numero telefonico di casa di Britel a
Kabul, in un campo di addestramento talebano, denunciando che lo stesso Britel
aveva fatto perdere le sue tracce;
Abou Elkassim Britel viene indagato
dalla magistratura per presunta partecipazione all'organizzazione terroristica
islamica Al Qaeda avente come scopo il compimento di atti di violenza, alcuni
dei quali commessi, presumibilmente, a Bergamo;
durante il procedimento
in Italia, Britel è rimasto a piede libero, non sono state, infatti, messe in
atto misure cautelari personali;
l'avvocato di Britel, Francesca Longhi,
successivamente, ha presentato una denuncia contro la stampa per la
pubblicazione di alcune notizie ritenute false;
nel giugno del 2001, con
regolare passaporto italiano, Britel si reca in Pakistan, per ragioni di studio
e di lavoro, viene fermato, il 10 marzo del 2002, a Lahore per un controllo e
gli viene contestato il possesso di un passaporto italiano falso nonché
l'appartenenza a gruppi terroristici, accuse formulate anche in base alle
segnalazioni della polizia italiana;
Britel viene trasferito, il 5
maggio del 2002, ad Islamabad dove, per quattro volte, viene portato in una
villa dove degli americani lo avrebbero minacciato e fatto domande sulla sua
appartenenza a gruppi terroristici, ma, soprattutto, gli avrebbero chiesta
collaborazione per una supposta guerra al terrorismo in Italia;
nella
notte tra il 24 e il 25 maggio del 2002 Britel con un aereo della Cia targato
N379P, come risulta dalle indagini del Parlamento europeo sulle special
renditions, viene trasportato insieme ad altri dal Pakistan in Marocco dove
viene prelevato dalla Dst, i servizi segreti marocchini, e trasferito nel
carcere di Temara;
per otto mesi e mezzo Britel viene tenuto recluso in
un luogo dove non vengono garantiti i diritti più elementari e fondamentali
della persona, viene torturato, gli viene assolutamente impedito di parlare con
qualunque avvocato e non viene comunicato ai famigliari l'avvenuto arresto;
un rapporto dalla Federazione internazionale dei diritti umani sulle
torture nelle carceri marocchine, ha denunciato, già nel 2004, il caso Britel,
ricordando che è cittadino italiano, che è stato trasferito in segreto e
torturato fino all'11 febbraio del 2003 quando, senza alcuna spiegazione e senza
che nel frattempo gli sia stata mossa alcuna accusa formale, è stato
improvvisamente liberato;
a maggio del 2003 Britel e la moglie, che nel
frattempo lo aveva raggiunto in Marocco, si preparano a lasciare il paese con un
documento provvisorio rilasciato dall'Ambasciata italiana, in quanto il
passaporto ritenuto falso era stato sequestrato dai pakistani;
il 15
maggio 2003 Britel si appresta a varcare la frontiera terrestre tra il Marocco e
la città spagnola di Melilla, ma viene arrestato al momento del passaggio del
confine;
invano la moglie e il suo avvocato, Francesca Longhi, cercano
notizie tramite la polizia, che risulta essere a conoscenza dei fatti: risulta,
infatti, che l'ufficio della Digos di Brescia abbia ricevuto il 22 maggio una
comunicazione dalla Direzione centrale di polizia di prevenzione, nella quale i
servizi segreti marocchini segnalavano che il signor Abou Elkassim Britel era
stato fermato al confine con Melilla «perché in passato indicato quale
frequentatore di un campo militare in Afghanistan. Inoltre nonostante non ci
fossero elementi tali da sostenere il coinvolgimento del Britel nell'attentato
di Casablanca, si starebbe comunque sottoponendo il medesimo ad interrogatorio»;
solo il 10 di settembre 2003 giunge alla moglie e all'avvocato la
notizia che Abou Britel è stato arrestato;
il 16 settembre del 2003,
Britel, rinchiuso nella prigione di Salè, viene sottoposto a processo per banda
armata e terrorismo, i quattro mesi nel carcere di Tèmara e i duri interrogatori
lo hanno portato ad una confessione, il processo si svolge molto velocemente: il
3 ottobre 2003 Abou Britel viene condannato a 15 anni di carcere, in appello, il
7 gennaio 2004, la pena è ridotta a nove anni;
secondo il suo avvocato
difensore, Britel è stato giudicato e condannato dalla magistratura marocchina,
sostanzialmente, per reati di opinione e reati associativi, non ci sono
contestazioni precise che vengono mosse ai danni di Britel, l'avvocato
marocchino che lo assiste non ha potuto avere copia di nessun atto di indagine
né comprovare sia la prima e sia la seconda carcerazione segreta;
il 29
settembre 2006 il Gip presso il tribunale di Brescia, Francesca Morelli,
accogliendo la richiesta del Pubblico ministero Francesco Piantoni, per «totale
insussistenza di elementi di accusa processualmente utilizzabili, che consentano
di affermare che gli indagati abbiano partecipato ad un'organizzazione
terroristica islamica», ha archiviato il caso;
Abou Elkassim Britel si
trova tuttora detenuto nella prigione di Ain Burja, Casablanca, Marocco, dove
sta scontando la sentenza a nove anni di carcere -:
come intenda
procedere, attivando i canali bilaterali con il Regno del Marocco, perché il
cittadino italiano Abou Elkassim Britel venga immediatamente rilasciato ovvero
riceva grazia reale dal sovrano del Marocco, Mohammed VI;
se non
ritengano di dover avviare un'inchiesta interna al ministero dell'interno per
verificare la catena di comando e la procedura in base alla quale un cittadino
italiano, incensurato, possa essere per cinque anni oggetto di indagine e
subire, con piena conoscenza delle autorità giudiziarie e di polizia, simili
privazioni della libertà personale e violazioni dei diritti umani;
se
non ritengano di dover chiarire le competenze tra i vari servizi di
intelligence e di polizia in merito alle attribuzioni per ciò che
riguarda i rapporti con polizie e servizi di intelligence stranieri;
se non ritengano doveroso appurare, con indagine interna al ministero
della giustizia, come sia potuto accadere che un procedimento formalmente tanto
rilevante sia rimasto per cinque anni negli uffici giudiziari, anche in fase di
indagine preliminare.
(2-00259)
«Locatelli, Migliore, De Simone,
Daniele Farina, Folena, Frias, Guadagno detto Vladimir Luxuria, Khalil,
Mantovani, Siniscalchi, Zipponi, Mungo, Mario Ricci, Provera, Smeriglio».