(06.11.17) DOCUMENTI. IL CONSIGLIO PROVINCIALE DI BERGAMO DICE NO AL CETA

* MOZIONE PRESENTATA DAI CONSIGLIERI TODESCHINI, LOBATI, LOCATELLI, MIGLIORATI, CAPELLETTI, MASPER, VALOTI, MINETTI, GAFFORELLI IN MERITO ALLA CONTRARIETA’ ALLA RATIFICA DELL’ACCORDO ECONOMICO E COMMERCIALE GLOBALE (CETA) TRA CANADA E UNIONE EUROPEA E CONSEGUENTI DANNI AL SETTORE AGRICOLO EUROPEO E ITALIANO. Deliberazione n. 23 del 20.10.17: QUI

* TESTO FINALE ALLEGATO DELLA MOZIONE APPROVATA: QUI


(BERGAMO, 14-15.10.17) FORUM ALTERNATIVO AL G7. REPORT TAVOLO MUTUALISMO


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Nel pomeriggio del 14 ottobre, in contemporanea con gli altri tavoli di lavoro, nel Forum dell’Alternativa al G7 dell’agricoltura, il tavolo mutualismo ha fatto incontrare varie esperienze.
Da un lato quelle che proprio partendo dalla terra hanno dato vita a pratiche in grado di dare risposte concrete al di fuori del mercato liberista, nel rispetto di chi la terra la lavora e la vive e che rispondono al bisogno di prodotti agroalimentari  buoni, puliti ed equi.
Dall’altro le pratiche mutualistiche, solidaristiche e di autorganizzazione che rispondono anche a bisogno di casa, salute, istruzione ,lavoro ecc… legando quindi insieme una moltitudine di pratiche in risposta ai bisogni complessivi delle nostre vite.

Realtà intervenute:
Francesco - Brigate solidarietà attiva; Claudio Taccioli - Sinistra anticapitalista Brescia; Fabio  Cochis - Unione inquilini (Bergamo); Marco Noris - Botteghe del Commercio Equo e solidale (Bergamo); Paola - Csoa il Cantiere (San Siro Milano); Chiara - Ex OPG -Je so pazzo (Napoli); Loredana Marino - Rifondazione Comunista- Partito sociale (Salerno);  Francesco - Mondeggi - Genuino clandestino (Firenze); Gigi Malabarba - Rimaflow - Fuorimercato (Milano);  Tonino Lepore - Genuino clandestino; Ilaria - Brigate di solidarietà attiva (Firenze); Andrea Viani - R@p  (Lodi)

Tutti hanno esposto sinteticamente la propria attività di autorganizzazionwe di mutualismo.
A titolo esemplificativo e non esaustivo:
Auto-produzione, trasformazione , comunanza delle terre
Fabbriche occupate, recuperate e autogestite
Distribuzione: Gap, Gas,p Gas
Botteghe del commercio equo
Cucine popolari
Sportello debitori
Cassa solidarietà per disoccupati
Cassa di solidarietà per sfrattati
Sportelli legali
Consultori e ambulatori medici popolari
Dentisti popolari
Palestre popolari
Dopo scuola sociale
Mercati scambio di vestiti usati

Molte di queste realtà hanno ritenuto necessario costruire forme di organizzazione sociale che siano in grado innanzitutto di lavorare sul terreno della solidarietà elementare: Gruppi di Acquisto popolari, casse di resistenza operaia, resistenza agli sfratti, occupazioni di case, psicologo e dentista sociale, forme di difesa dei debitori…
Queste pratiche sociali sono una risposta immediata a determinati bisogni sociali negati: bisogno negato di sostentamento dovuto a riduzioni di reddito per tagli salariali, crisi aziendali, lavoro precario, sottoccupazione e lavoro nero e relative condizioni disoccupazione; al bisogno negato di assistenza e salute a causa dei tagli di salario sociale nazionale e locale; al bisogno negato di casa dovuto a sfratti per morosità incolpevole, mutuo non pagato…
Queste pratiche cercano di operare su un livello elementare, ma cercano contemporaneamente attraverso l’autorganizzazione di creare spazi pubblici in grado di connettere le lotte su un piano generale, territorio per territorio, generando nuove forme di welfare dal basso e una confederalità di pratiche che possono rispondere in maniera complessiva ai bisogni negati.
Molti interventi sostengono che Il Comune, istituzione che il sistema usa ancora per dare qualche parziale risposta ai bisogni sociali, è il luogo in cui più forte oggi è possibile operare per le forze antiliberiste. Utilizzando il modello della città spagnola di Marinaleda, si è analizzato come sia concretamente possibile che l’ente locale comunale possa essere il punto di massima contraddizione/conflitto tra gli interessi del capitale e i bisogni sociali proletari.
Altri sottolineano che alle pratiche si devono unire lotte e vertenze, unire le pratiche al conflitto: lotte per i diritti dei migranti, picchetti antisfratto e lotte per il diritto alla casa attraverso vertenze con il comune, lotte in difesa dei diritti sul lavoro nella sfera agricola e non solo come le lotte contro il caporalato al Sud. Vertenze nelle carceri o con l’Asl sulle condizioni sanitarie.
Nel terreno della crisi le pratiche di autorganizzazione riescono a costruire con la solidarietà la possibilità di integrare dove lo stato disintegra; l’uscita può avvenire attraverso la solidarietà e il mutuo aiuto che contrastano l’egoismo sociale e la barbarie. Contro la solitudine e l’individualismo più interventi hanno sottolineato il bisogno di ricostruire il NOI collettivo, dal popolo per il popolo attraverso il fare, non dimenticando al tempo stesso la necessità di tenere vivo il conflitto sociale.
Vengono portati alcuni esempi soprattutto dai centri sociali e da chi lavora sul tema casa di come la solidarietà nei quartieri contrasti l’abbandono, la ghettizzazione, la guerra tra poveri. Un termine, ripetuto in vari interventi, che definisce il nostro fare in questa fase è Resistenza. Emerge con forza la necessità di uscire dalla solidarietà a km zero e collegare le varie istanze; più interventi hanno sottolineato l’esigenza di spingere per l’unione delle pratiche di  resistenza alla crisi.

Il discorso mutualistico si lega all’agricoltura, cioè il tema centrale del Forum, sotto vari aspetti, con la testimonianza e l’analisi di realtà come RiMaflow, Mondeggi, Fuori Mercato, le pratiche di Genuino Clandestino; al tema della crisi economica, con la testimonianza degli interventi della R@P; al tema del potere popolare con gli interventi del centro sociale ExOpg Je so’ pazzo.
Si insiste sul tema dell’autoproduzione come base necessaria e imprescindibile per uscire realmente dal sistema capitalistico e come deve nascere forte il bisogno di costruire comunità che facciano uscire dall’isolamento le singole vertenze ed insieme progettare il nostro futuro, immaginando un impianto sociale ed economico radicalmente diverso per trasformare i nostri territori in laboratori attraverso il conflitto e la partecipazione.
Ridisegnare le città, le campagne, i territori, con pratiche concrete che alludano al cambiamento.
Utilizzo sociale della terra, fabbriche recuperate, interventi di solidarietà attiva, reti di solidarietà popolare, sono le pratiche da dove partire per immaginare e costruire un futuro possibile dove il tema del come produrre e come redistribuire viene progettato dal basso in base ai bisogni reali di comunità coese e solidali nel rispetto della terra, degli esseri umani e dei viventi, all’insegna della giustizia sociale. Per queste realtà intervenute nella discussione costruire reti sociali di autorganizzazione e mutuo soccorso realmente alternative è la priorità.
Proposte di ricerca e approfondimento:
Creare un’occasione di incontro con Marinaleda e il sindacato Soc/Sat Andaluso.
Approfondire la Riforma del terzo settore
Per le realtà maggiormente interessate alla costruzione di un Noi collettivo delle pratiche sociali diffuse si propone la stesura di una carta della confederalità, la cui bozza è già in lavorazione, su cui rilanciare in un ritrovo nazionale da prevedere intorno a metà gennaio, continuando a coinvolgere altre realtà in Italia non presenti al tavolo.
In forte collegamento con il tavolo agricoltura si lancia l’impegno di costruire Comunità di Supporto all’agricoltura che la Rete Bergamasca indica come punto centrale di proposta della due giorni, e su questo concordano anche le realtà che non hanno esperienze di autoproduzione.
Per concludere tutti si dimostrano positivamente colpiti dall’utilità di questo tavolo, per aver fatto incontrare per la prima volta tante realtà che, anche solo nel confronto, possono generare meccanismi virtuosi di moltiplicazione di energie e di riproposizione nei rispettivi territori delle esperienze indicate da altre realtà al tavolo.
Alcune realtà, per affinità di progetti e vicinanza territoriale, si dimostrano disposte a collaborare sin da subito.

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(BERGAMO, 14-15.10.17) FORUM ALTERNATIVO AL G7. REPORT TAVOLO AGRICOLTURA


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PREMESSA

Al tavolo agricoltura del Social Forum erano presenti molteplici realtà

  • di varie e diverse dimensioni spaziali, da quelle più strettamente locali e legate al territorio bergamasco, a quelle di respiro nazionale, europeo ed internazionale

  • di varie e diverse strutturazioni giuridiche, da quelle informali a movimenti, reti, associazioni, organizzazioni, ong, sindacati, aziende agricole contadine

Ecco un elenco esemplificativo e non esaustivo:

Via Campesina - Woof Italia - Sem Terra - Campagna popolare agricoltura contadina - Laboratorio Permacultura Temperata - Esperienze di Piccola Distribuzione Organizzata - Associazione Rurale Italiana - Gruppi di Acquisto Solidale - Distretto di Economia Solidale Rurale del Parco Sud Milano - Associazione Elkana (Georgia) - Co.Energia - Rete Nazionale Economia Solidale - Tavolo Piccoli Agricoltori - Comunità di Supporto all’Agricoltura di Arvaia - Comunità di Supporto all’Agricoltura di Lodi - Terra Nuova - Coordinamento Zero OGM - Scienza Coop. Sviluppo - Comune delle Cingiallegre - Crocevia - Rete Semi Rurali - Stop TTIP - Rete Radié Resch - Mercato&Cittadinanza - Cittadinanza Sostenibile - Brigate di Solidarietà Attiva - Caracol - Fuori Mercato - Commercio Equo e Solidale - Aziende contadine italiane

Modalità di lavoro

Il Tavolo Agricoltura si è concentrato sul dare concretezza al documento finale del Social Forum scaturito dalle riunioni plenarie, attraverso l’elaborazione collettiva di progetti reali e fattibili che andranno ad integrare il documento finale stesso.

Progetti concreti da costruire nelle prossime settimane e prossimi mesi, sia a livello territoriale di Bergamo che a livelli concentrici più ampi, come possono essere quelli regionali, nazionali, europei e mondiali, essendo convenuti al Social Forum alternativo di Bergamo realtà di tutte queste dimensioni spaziali.

Progetti concreti e reali che alludano ad una socialità alternativa e che dimostrino in concretezza che un altro mondo ed un’altra umanità, fondati su uguaglianza, giustizia e pace, siano possibili.

Il pensare che le buone prassi oggi come oggi non bastino più e che serva l’elaborazione di un pensiero politico in grande, passa necessariamente attraverso la tramutazione delle enunciazioni politiche del documento finale del Social Forum in concrete ed incarnate pratiche sociali dentro le nostre vite di tutti i giorni. A partire da domani. Solo così i documenti non restano solo sulla carta (vedi la Carta di Milano per Expo 2015, ed abbiamo timore che sarà così anche per la Dichiarazione di Bergamo per il G7 agricoltura 2017) ma si tramutano in testimonianze di vite collettive concrete vissute in maniera alternativa.

Che cosa ha prodotto il tavolo di lavoro

La discussione del Tavolo di Lavoro quindi con questa impostazione, ha prodotto i seguenti 3 impegni concreti, tangibili, verificabili nel tempo:

1. Scuola di formazione permanente e continua, itinerante, politica e tecnica (olistica) di agro-ecologia e sovranità alimentare contadina

Finalità:

  • per decostruire la narrazione dominante del pensiero unico neo-liberista e capitalista

  • per imitare i sistemi naturali nei sistemi produttivi

  • non solo per l’età adulta ma anche (per certi versi soprattutto) per l’età evolutiva, per il futuro dei nostri figli

  • per l’autorevolezza e per ampliare le conoscenze del contadino libero: libero dal mercato, dalla burocrazia, dalle sementi industriali, per essere custodi della semenza rurale, per l’autocertificazione e per l’autodeterminazione

Proposte di connessione con reti esistenti che già praticano scuole di agro-ecologia:

  • Aziende Woof

  • Deafal

  • Ong varie

  • Nyeleni Europe

2. Per l’elaborazione di nuovi modelli e nuove forme di organizzazione che alludano ad un sistema sociale alternativo: una comunità di supporto all’agricoltura (C.S.A.)

Caratteristiche:

  • soci che finanziano in maniera solidale attraverso un bilancio preventivo

  • uso di semi rurali

  • pensare ed elaborare insieme il progetto ed i percorsi

  • demercificazione del cibo

  • co-educazione delle persone coinvolte nel progetto

  • consumatori e produttori insieme nel rischio d’impresa

  • cooperativa di partenariato

  • garanzia partecipata (spg)

  • filiera corta strutturata

Dall’esigenza di costruire reti alternative con le seguenti caratteristiche:

  • Obiettivi chiari e condivisi

  • Svelare che la realtà è altra

  • Fare massa critica

  • Parlarsi dal basso in maniera orizzontale

  • Fare riferimento, partire da reti già esistenti

  • Reti di piccoli agricoltori

  • Una rete di reti

  • Studiare strategie, prendendo ad esempio modelli ed esperienze già esistenti: Stop TTIP - Rete B.S.A.: rete per elaborare progetti, obiettivo autoorganizzazione agricoltori in cooperazione (beni civici, comunanze) - Rete Campagna Agricoltura Contadina: leggi inique, innamorarsi più della giustizia che della legalità

3.Organizzare un movimento contadino unitario italiano in rete partendo da realtà collettive esistenti in tal senso, come Nyeleni Europe e Nyeleni Italia, ma che

faccia confederalità con le altre dimensioni della società.

Conclusioni

I 3 impegni concreti suddetti, come già accennato, potranno essere verificabili nei prossimi mesi

da parte di chi ci metterà la testa e gli sforzi, per portarli avanti e renderli realizzabili.

I 3 impegni inevitabilmente richiamano dimensioni spaziali differenti per poter essere messi in pratica, aldilà del valore dell’essere comunque tutti in rete per aiutarci, sostenerci, fare massa critica nelle pratiche e nelle lotte.

Perciò, seppur ci potranno essere delle collaborazioni e sostegni a livello più largo (per territori e provincie confinanti per esempio) i progetti della scuola di agro-ecologia e della C.S.A. Si realizzeranno a partire dal territorio di Bergamo, mentre l’impegno della costruzione di un movimento contadino ha un respiro più nazionale ed internazionale per connessione di lotte e di strategie.

Slogan finale

GLOBALIZZIAMO LA LOTTA, GLOBALIZZIAMO LA SPERANZA

(a cura di Orazio Rossi)

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(BERGAMO 14-15.10.17) FORUM ALTERNATIVO AL G7. REPORT TAVOLO MONTAGNA

Montagna, dove la terra accarezza il cielo (pdf)

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Innanzitutto nel gruppo abbiamo cercato di cogliere le trasformazioni che sono in corso in montagna. Sinteticamente abbiamo individuato tre fenomeni i cui effetti si sono cumulati:

1) Una fase, oggi terminata, di spopolamento delle montagne in cui i montanari sono stati usati come soldati e poi come esercito industriale di riserva per le aziende della pianura.

2) In particolare negli ultimi 20/30 anni si è determinata una situazione di profonda divaricazione all’interno delle aree montane.

Da un lato le aree che vedono grandi investimenti. Abbiamo i grandi comprensori sciistici (Sestriere, Cervinia, etc.), sorta di grandi parchi giochi per ricchi e benestanti che richiedono una grande infrastrutturazione in loco e di collegamento. Abbiamo poi lo sfruttamento delle risorse idriche (captazioni delle acque per l’idroelettrico) o la trasformazione delle vallate in corridoi di transito, come la Val di Susa con la Tav, un’autostrada, una linea ferroviaria internazionale, due statali e tre elettrodotti ad alta tensione..

Accanto a questi fenomeni di forte impiego di capitale per sfruttare il territorio montano da parte di aziende che non lasciano quasi nulla sul territorio, abbiamo il puro e semplice abbandono del territorio montano, lasciato a se stesso senza risorse per vivere.

    3. Nell’ultimo periodo, anche nelle aree marginali dell’arco alpino, lo spopolamento è finito e vi è una parziale inversione di tendenza con un fenomeno interessante di giovani che vanno ad abitare in montagna: dal rifugista al turismo dolce, all’agricoltura non industriale, al lavoro svolto in montagna ma connesso alla città attraverso la rete, oppure semplicemente per andarci a vivere.

      Proprio a partire dalle aree maggiormente abbandonate, in montagna si sta aprendo uno spazio di iniziativa politica e sociale, in cui agire per costruire l’alternativa, sia attraverso pratiche direttamente alternative, sia attraverso il conflitto: sia per sostituzione che per rivoluzione.

      Caso emblematico di questo spazio di “libertà” che si apre, è quanto ci hanno raccontato le compagne e i compagni anarchici che - nella zona del Mugello - hanno portato avanti una interessantissima esperienza di auto recupero di case, villaggi e terreni abbandonati. Il totale spopolamento della zona ha fatto sì che le istituzioni, a partire dalla regione toscana, pur di garantire un ripopolamento, abbiano dovuto accettare le condizioni poste da chi nel territorio voleva viverci, rovesciando radicalmente l’impianto produttivistico che stava alla base dei bandi precedentemente emanati. Mentre in città un esperienza di questo tipo sarebbe stata difficilissima, l’abbandono della montagna apre uno spazio di minor forza del “potere” e quindi di maggiore possibilità di costruire pratiche di alternativa.

      Dal gruppo avanziamo quindi una proposta: Assumere la montagna come terreno di sperimentazione dell’alternativa.

      Al fine di costruire questa alternativa vi proponiamo i seguenti filoni di riflessione e di intervento:

      La montagna come bene comune.

      In primo luogo occorre fare una battaglia culturale sul valore della montagna: la montagna è uno spazio “utile per tutti e tutte”, è un bene comune universale, non solo per chi vi abita fisicamente. Questo per varie ragioni:

      1. Per l’assetto del territorio: se la montagna frana, in pianura vi saranno le alluvioni.

      2. Per l’agricoltura. L’agricoltura industriale non si è mai affermata in montagna e quindi la montagna può essere una sperimentazione della difesa della biodiversità e dell’agricoltura a km zero.

      3. Per la bellezza. In montagna, nelle aree marginali, il paesaggio è rimasto relativamente integro. La difesa del paesaggio e delle tipologie urbanistiche sono un patrimonio di valore generale.

      Quindi non solo difesa della montagna come problema per chi è rimasto in montagna ma la montagna come risorsa per tutti ai fini della conservazione del territorio, del paesaggio, della biodiversità.

      Il montanaro come garante del bene comune e attore primo della comunità montana.

      Parallelamente occorre valorizzare la figura e il ruolo del montanaro/valligiano, nella chiarezza che montanaro è chi vive in montagna oggi, non solo chi vi risiede da generazioni. Non è una affermazione di poco conto se si considera che i cittadini - nipoti di chi un tempo risiedeva in montagna e che oggi usano la vecchia residenza come seconda casa - sovente si considerano veri montanari mentre considerano “cittadini” coloro che sono andati a vivere in montagna a tutti gli effetti. Si tratta quindi di individuare una linea di tendenza basata sull’idea che il territorio è di chi lo abita, di chi ci vive, di chi ci lavora, non semplicemente la memoria di un passato remoto. In questo quadro occorre costruire una figura positiva del montanaro come garante della montagna come bene comune, di costruttore della comunità montana.

      Coordinare le sperimentazioni, le pratiche e i conflitti dell’area montana. Alcune proposte di lavoro.

      In montagna vi sono molti conflitti e molte esperienze di alternativa. Queste esperienze tendono però ad essere frammentate, poco conosciute e per questa via meno efficaci di cosa potrebbero essere ai fini della trasformazione del modello sociale. Occorre quindi coordinare.

      Innanzitutto occorre bloccare ogni ulteriore progetto di sfruttamento e di consumo del territorio montano. No ad ulteriori distretti turistici basati su impianti a fune, no ad ulteriori parchi giochi per ricchi, no ad ulteriori seconde case che deturpano il territorio non lasciando alcuna risorsa sullo stesso, no ad autostrade per portare più rapidamente i milanesi in Valtellina in una logica di turismo mordi e fuggi, no ad ulteriori impianti idroelettrici che sono diventato una forma di rapina del territorio, no alla trasformazione delle vallate in corridoi di transito.

      In primo luogo occorre quindi coordinare una lotta contro l’ulteriore devastazione del territorio montano: i no sopra elencati sono altrettanti sì ad un utilizzo armonico del territorio, impedendone lo sfruttamento selvaggio. Una lotta che vede nella lotta contro la TAV della Val di Susa un punto di riferimento fondamentale ma che deve allargarsi a tutto l’arco alpino contrastando l’economia di rapina nei territori di montagna.

      In secondo luogo occorre mobilitarsi per bloccare il rinnovo delle convenzioni dell’idroelettrico che, dopo la liberalizzazione del settore, vede una larghissima presenza di imprenditori privati. Se negli anni 60 e 70 gli impianti erano pubblici e davano comunque luogo ad una significativa quota di occupazione in montagna, negli ultimi decenni sono proliferati impianti privati di “rapina” – sovente piccoli, che vanno a captare anche le acque dei piccoli corsi d’acqua rinsecchendoli - che non lasciano un euro sul territorio, tanto più che sono impianti totalmente privi di occupazione. Costruire un movimento per il non rinnovo delle convenzioni (che sono dell’ordine delle decine di anni) e poi per una discussione su quali impianti vanno mantenuti in forma pubblica e quali no, è un punto decisivo per evitare il prosieguo della distruzione ambientale ma anche per evitare che le poche risorse disponibili in montagna vengano rapinate da società private che si fanno semplicemente gli affari loro a scapito del territorio.

      In terzo luogo occorre coordinare una battaglia per le risorse pubbliche da parte dello stato. Faccio un esempio. Angrogna, un piccolo comune piemontese di 900 abitanti - con un glorioso passato nelle lotte per la libertà religiosa combattute dai Valdesi - di cui sono consigliere comunale per la lista Montagna in Comune, è stato interessato negli ultimi cinque anni da fenomeni franosi che per essere ripristinati abbisognano di almeno 7 milioni di euro. Di questi soldi, fino a poche settimane fa, il comune ne aveva a disposizione 500.000 e forse adesso arriveremo ad una cifra che sfiora il milione. E’ del tutto evidente che chiunque faccia il sindaco di quel paese non è posto nelle condizioni di poter risolvere il problema, per la drammatica carenza di risorse. Per questo quando mi sono candidato nelle ultime elezioni ho detto chiaramente che non ero candidato per fare il sindaco - contro il sindaco uscente – ma che ero candidato per fare il consigliere contro il governo regionale, nazionale ed europeo che con le loro politiche economiche stanno distruggendo la montagna. Se la montagna continuerà ad essere privata di risorse come adesso, nel giro di vent’anni sarà un territorio completamente devastato dal dissesto idrogeologico in cui non ci sarà più un muretto a secco in piedi. Il lavoro di generazioni e generazioni di montanari risulterà semplicemente distrutto. I soldi ci sono, occorre prenderli da chi ne ha troppi e la montagna deve essere protagonista di questa redistribuzione di risorse dai ricchi ai poveri, dalle aree ricche verso quelle più povere.

      Rivendichiamo quindi il deciso aumento delle risorse pubbliche per finanziare il riassetto idrogeologico del territorio, l’agricoltura a km zero, la biodiversità a partire dalle sementi, il mantenimento delle strutture architettoniche degli edifici, i servizi sociali e sanitari sul territorio, l’assistenza domiciliare per gli anziani, l’istruzione sul territorio, ma anche per avere la banda larga perché c’è gente che andrebbe a lavorare in montagna con internet ma non ci può andare. Anche l’assenza dell’accesso alla rete è un handicap da rimuovere, né più né meno come il fatto che la neve venga rimossa e che le strade siano percorribili anche d’inverno: il diritto alla comunicazione e alla mobilità è uno dei punti rilevanti su cui agire.

      Risorse vuol anche dire difendere tutte le forme di democrazia decentrata e municipale, non accettando l’elemosina dei soldi per gli accorpamenti dei piccoli comuni. Parallelamente, vanno promosse tutte le forme di consorziamento dei comuni in modo da utilizzare in modo migliore le risorse e il personale e da fornire servizi decenti sul territorio. Occorre evitare la distruzione delle forme di democrazia sul territorio perché dopo l’abolizione delle Comunità Montane e delle Provincie, abolire i piccoli comuni significa azzerare ogni forma storica in cui si è espressa la democrazia sul territorio montano.

      In questo quadro proponiamo di far leva su una pluralità di lavori ai fine di dar luogo ad un reddito sufficiente per vivere decorosamente in montagna. Per le caratteristiche che abbiamo sopra descritto difficilmente l’agricoltura non industriale o il turismo non invasivo possono dar luogo ad un reddito sufficiente per vivere. Noi proponiamo allora di puntare sulla costruzione di un reddito prodotto da una pluralità di lavori in cui lo stato garantisca un reddito di base attraverso i lavori di manutenzione e riassetto del territorio a cui si possa aggiungere reddito agricolo e da turismo dolce. Occorre cioè fare del riassetto idraulico forestale del territorio, anche un elemento di trasformazione sociale, facendolo diventare la risorsa di base con cui garantire il reddito a chi lavora in montagna. La nostra parola d’ordine “l’unica grande opera che ci piace è il riassetto del territorio”, non ha quindi in montagna solo un valore ambientale ma deve diventare a tutti gli effetti il centro della montagna come bene comune.

      Infine, molti si sono abituati a pensare le montagne solo come un luogo di confine. Al contrario queste sono un luogo di incontro, di contaminazione. Di fronte alla vulgata della Lega in cui il montanaro sarebbe l’archetipo dell’uomo razzista sempliciotto e un po’ tonto, occorre proporre la montagna - e cioè un territorio in condizione di fragilità - come luogo in cui la fragilità delle persone viene accolta e rispettata. Del resto la forma di vita storica in montagna è solidale e cooperativa, non certo individualistica e competitiva.

      Ci proponiamo quindi di connettere le diverse esperienze che ci sono e di cominciare da questi punti un lavoro comune sul piano culturale e sociale. Sul piano progettuale significa parlare in primo luogo del tema dei rifugiati. Ci sono piccoli comuni che hanno accolto dei rifugiati. Questi stanno rifacendo i sentieri e in parte diventeranno abitanti di quei paesi. Del resto già oggi una bella fetta della pastorizia in tutta Italia, è fatta da immigrati: anche la fontina della val d’Aosta parla di un lavoro migrante sugli alpeggi… Da questo punto di vista i “vuoti” che si aprono in montagna possono essere colmati con pratiche di solidarietà e condivisione che determinino un rilancio del tessuto montano in una logica opposta a quella dalla Lega. Se le montagne sono il luogo dove la terra accarezza il cielo, se i valichi di montagna sono fatti per essere percorsi, dobbiamo costruire un movimento di montanari che sappiano camminare guardando il sentiero ma anche fermarsi a guardare in alto, con la schiena dritta. (a cura Paolo Ferrero)

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      Il Tavolo Territorio, all’interno delle giornate del controG7 sull’agricoltura di Bergamo, nasce dalla necessità di creare un confronto tra realtà che hanno fatto del territorio, e dell’organicità ad esso, il proprio ambito di lotta.
      La discussione è stata costruita intorno alla necessità di superare le legittime opposizioni ad un idea di territorio come luogo di profitto per pochi a scapito del benessere, della salute, della sicurezza e del reddito per tutti, riuscendo invece a costruire e rilanciare collettivamente una proposta diversa, che nasca dalle reali esigenze di chi la terra la abita, la vive, la coltiva, la ama.
      Le realtà intervenute hanno saputo ben integrarsi tra loro, andando in continuità e riuscendo ad aprire diversi stimoli di riflessione.
      Realtà diverse tra loro sia per dimensione (piccoli e grandi comitati) e per ambito di lavoro (dal controllo popolare in emergenza al tema dei beni comuni) sono riuscite a contaminarsi, conoscersi e riflettere sulla necessità di darsi una progettualità condivisa perché la vittoria di uno è legata strettamente alla vittoria di tutti.

      Le tematiche emerse possono essere riassunte cosi:

      Necessità di conoscenza reciproca e condivisione: Le diverse esperienze portate al tavolo sono spesso simili tra loro per problematicità, storia, composizione. Molte sono realtà piccole e difficilmente si conoscono. Metterle in comunicazione significa dar loro la possibilità di scambiarsi informazioni, conoscenze ed esperienza, permettendo la nascita di coordinamenti tra realtà che si occupano delle stesse questioni e che, legandosi tra loro, possono avere maggiore capacità di incidere rispetto alle loro vertenzialità.
      Altro elemento è la condivisione e la collettivizzazione dei saperi e delle conoscenze (tecniche, politiche, antropologiche, sociologiche) che, da patrimonio esclusivo di una singola esperienza, diventano patrimonio collettivo a disposizione di altre realtà.

      Solidarietà tra le lotte: Il tavolo si è aperto con l’invito, da parte del coordinamento di cratere del Popolo del Terremoto, ad esprimersi in solidarietà alla loro lotta, dando cosi maggiore risalto, visibilità e partecipazione alla mobilitazione che si terrà il 21 ottobre a Roma. Il tema della solidarietà diventa centrale se vogliamo che la lotta di uno sia la lotta di tutti.

      Gestione popolare del territorio: il governo del territorio è relegato quasi esclusivamente alle scelte di una classe politica che agisce in nome degli interessi del profitto e del mercato e non in nome della collettività.
      Lo abbiamo visto durante le emergenze e le calamità naturali, problemi che diventano più o meno interessanti e che vengono affrontati a seconda del grado di profitto che sono in grado di produrre, sia economico che elettorale, e che comunque non vengono mai gestiti in nome del reale interesse della collettività.
      I trattati economici a livello europeo/globale inoltre hanno fatto scippo della nostra democrazia e gli strumenti democratici tradizionali (raccolte firme, referendum, vertenze, ecc…) non riescono più ad avere efficacia.
      Diventa centrale quindi riconnettere la gestione del territorio ai reali interessi di chi lo abita, la gestione comune delle risorse, dell’amministrazione partecipata delle nostre città, dei nostri quartieri, ragionare in termini di comunalismo, di progettazione partecipata dal basso.

      Territorio come risorsa alimentare: il consumo di suolo è un fenomeno che, tra le tante conseguenze, ha quella di ridurre le superfici coltivabili e quindi quella di ridurre la capacità nazionale di produzione di cibo. Ragionare di sovranità alimentare significa contrastare prima di tutto il consumo di suolo. Diventa significativo il lavoro da fare fianco a fianco degli allevatori e agricoltori sottoposti agli espropri.

      Energie rinnovabili: Il tema della politica energetica nazionale è centrale se si vogliono contrastare le opere infrastrutturali e di sfruttamento messe in atto dai nostri governi. Rilanciare una nuova strategia, improntata sull’uso delle rinnovabili, sull’efficienza energetica, sul modello del decentramento comunitario, sulla distribuzione equa dell’energia, significa contrastare opere impattanti, migliorare la qualità dell’ambiente e guardare realmente al futuro. Proprio attorno alla questione energetica ruotano attorno altre questioni riguardanti il modello industriale imposto, come ad esempio la questione dei veicoli elettrici, del trasporto pubblico, delle case popolari efficienti energeticamente. Di fronte ad una crescente povertà energetica delle famiglie (oltre 2 milioni di famiglie non hanno energia), bisogna invertire la tendenza neoliberista di mercificazione dell’energia, rivendicando invece l’energia come bene comune.

      Trasporto pubblico Il tema del trasporto pubblico e della sua incentivazione è centrale nel miglioramento della viabilità, la riduzione delle sostanze inquinanti, la riduzione dell’uso delle energie non rinnovabili, il contrasto ad opere infrastrutturali inutili (parcheggi, strade, autostrade, ecc..)

      Trasformazione del clima: Le crescenti emergenze ambientali che stanno attraversando il mondo (nevicate, incendi, alluvioni, terremoti, siccità ecc…) impongono una svolta radicale, non solo dei nostri sistemi di produzione e consumo, ma anche nella gestione dei nostri territori e delle sue risorse. Occorre rivedere il modello di sviluppo neoliberista e ragionare su un modello alternativo di progresso.

      Messa in sicurezza del territorio: Le scelte politiche di chi governa i territori vanno nella direzione di favorire e finanziare opere inutili e dannose per la collettività ma molto vantaggiose per l’interesse di pochi, il cui apporto occupazionale ed economico non ne giustifica la realizzazione.
      Al tempo stesso assistiamo ad un crescente degrado del territorio, tra alluvioni, frane ed incendi, infrastrutture pericolanti che necessitano di opere di manutenzione, edilizia pubblica fatiscente, aree del paese lasciate in totale abbandono, tagli al personale dei VVDF
      Se le risorse impiegate per le grandi opere venissero impiegate per opere di risanamento, ristrutturazione, messa in sicurezza, avremmo un territorio più sicuro e dignitoso per chi lo abita e capace di reggere le sfide imposte dalle mutazioni climatiche in corso.
      La messa in sicurezza del territorio, se attuata con piccoli interventi diffusi e sotto il diretto controllo popolare, è anche interessante dal punto di vista occupazionale, vista l’enormità dei lavori necessari per completarla.

      Gestione pubblica delle emegenze: di fronte alla privatizzazione delle risorse e dei mezzi di soccorso si crea il controsenso per cui il privato guadagna in base alle emergenze e ha tutto l’interesse affinchè queste non finiscano. L’esempio dei Canadair e del costo enorme da parte dello Stato per “affittarli” è inoltre un ulteriore esempio dello spreco di risorse pubbliche da parte dello Stato.

      Necessità pratiche sociali: Come dimostrato dagli interventi popolari durante gli incendi, nevicate, alluvioni e terremoti, le pratiche sociali sono uno strumento necessario per ricostruire il collante tra le lotte e il Popolo, in grado di produrre legittimità sui territori da spendere poi per iniziare percorsi di lotta collettivi. Le parole, da sole, per quanto portatrici di verità, non sono più in grado di mobilitare le popolazioni se non collegate ai fatti e alle azioni. Il Fare, l’azione e le pratiche legittimano le parole e i discorsi.

      Territorio bene comune: Il territorio è un bene comune, una proprietà collettiva da gestire nel nome dell’interesse di tutti. Cementificazione, inquinamento e sfruttamento vanno nella direzione contraria rispetto a questa considerazione.

      Territorio come sistema fisico circolare: Considerare il territorio unicamente come “suolo” è limitante. Il Territorio è un sistema complesso costituito da più elementi come il suolo, il sottosuolo, l’acqua e l’aria.

      Territorio come sistema sociale: Il territorio è luogo di identità, luogo politico, luogo sociale. Di fronte ad un identità territoriale “di sangue” che si basa sull’esclusione, dobbiamo rispondere con un identità territoriale in grado di essere inclusiva e costruttiva.

      Utilità dei gruppi di studio: i gruppi di studio, che coinvolgono diverse figure e competenze, sono in grado di produrre studi e analisi scientifiche da mettere poi a disposizione delle lotte. La simbiosi tra ricerca e lotta permette di smontare le narrazioni egemoniche che vedono le grandi opere e i progetti impattanti sui territori come necessari. Permette inoltre di acquisire maggiori conoscenze rispetto alle specificità fisiche, sociali, antropologiche e politiche dei territori stessi che possono essere condivise e messe a disposizione di tutti e diventare patrimonio collettivo.

      Necessità di un coordinamento: Le testimonianze presenti al tavolo hanno un denominatore comune: quello di resistere alle logiche di chi vede nel territorio un luogo di profitto e di sfruttamento.
      In una fase storica dove l’aggressione del capitale è più forte ed efficace nasce l’urgenza di confederare le lotte dei territori, perché la lotta di uno sia la lotta di tutti, e perché la vittoria di uno è strettamente legata alla vittoria di tutti.
      L’elemento e il tema collettivo di unione potrebbe essere “l’unica grande opera è la messa in sicurezza del territorio”, in grado di essere declinato in base alle specificità, alle necessità e alle problematicità dei diversi territori.
      Gli strumenti di lotta che potrebbero essere adottati sono invece tanti (decreto VIA, vertenze collettive, ecc..)
      La discussione ha aperto diverse criticità, visti anche i fallimenti dei precedenti tentativi di coordinamenti nazionali, tra cui quella che, ragionare in termini collettivi, significa necessariamente sacrificare una parte delle energie dedicate alla singola lotta.
      Altra considerazione è che prima di parlare di coordinamento, che per ora è rimasto uno stimolo di discussione, è necessario coinvolgere realtà e comitati che al tavolo non erano presenti ma il cui apporto e coinvolgimento è fondamentale.

      Per ora i contatti dei partecipanti al tavolo sono stati raccolti in una chat WhatsApp, utilizzata per condividere il report e la foto di gruppo finale del tavolo sotto lo striscione “l’unica grande opera è la messa in sicurezza del territorio”, scattata in solidarietà al Popolo del Terremoto.
      La chat whatsapp è palesemente uno strumento inadeguato per discutere e condividere riflessioni ed informazioni. Prima però di creare strumenti di coordinamento è necessario approfondire la discussione riguardo il coordinamento stesso, coinvolgendo, come già sottolineato, le realtà che non erano presenti al tavolo.
      A conclusione del tavolo si è sentita quindi la necessità di rilanciare e continuare questa discussione nei prossimi mesi, individuando una data ed un luogo, preferibilmente nel centro Italia per dare a tutti la possibilità di partecipare.

      Uniti siamo tutto divisi siam canaglia!

      Realtà intervenute: Francesco_coordinamento di cratere - Michele_No Parking Fara - Augusto_Forum H20 Ombrina - Enrico_No Gasaran - Elena_Stop Ttip - Davide_Spazio Pueblo - Jambe_ No Tap - Savino_Collettivo AltreMenti Sulmona - Giovanni_Usb Livorno - Diego_Usb/Ex Carcere Livorno - Guido_Basta Veleni (No Tav, Mamme Volanti Castenedolo) - Ezio_No Triv Lombardia - Oscar_EQual Mantova - Elio_Off Topic Milano - Antonello_Prc Milano - Gabriele_Prc Treviso - Giuseppe_Brigate Solidarieta Attiva - Federica_Podere Casale Rosa Roma - Davide_Emidio di Treviri - Luigi_Usb/Zona 22

      Le nostre precedenti info: qui


      (BERGAMO 14-15.10.17) LA NOSTRA ALTERNATIVA ALL’IPOCRISIA DELLA “CARTA DI BERGAMO” DEI G7

      Documento di chiusura del Forum No G7 (pdf)

      Gli altri documenti

      Agricoltura: qui
      Territorio: qui
      Mutualismo: qui
      Montagna: qui
      Lavoro: qui


      Noi e il G7

      Nei giorni 14 e 15 ottobre 2017 si sono incontrati a Bergamo i delegati di oltre 150 tra movimenti, associazioni, comitati, reti, Gas, Gap, sindacati, forze politiche, che lavorano sui temi dell’agricoltura e della sovranità alimentare, della difesa del territorio, del mutualismo, dell’autorganizzazione, della lotta per l’occupazione e contro la precarietà e il lavoro nero. Ancora una volta i 7 grandi della terra negli stessi giorni hanno occupato la nostra terra per sottoporci una passerella politica distante anni luce dalle reali questioni, dai bisogni, dai contenuti e dalle istanze di chi quotidianamente vive le pesanti ricadute delle loro scelte, dei loro programmi, della loro propaganda.
      Le proposte emerse dal G7 sono le stesse che hanno generato e approfondito la crisi negli ultimi 20 anni: mercificazione del cibo, finanziarizzazione, concentrazione del mercato tra grande industria e grande distribuzione. Per giustificarle hanno ostentato propagandisticamente le parole-chiave della nostra agenda politica come sostenibilità, ecologia, lotta alla fame, diritto al cibo, senza tradurle, però, in azioni politiche concrete e risorse adeguate per tradurle in pratica.
      Nel mondo soffrono cronicamente la fame, secondo la Fao, 815 milioni tra uomini, donne e i loro figli, 38 milioni in più rispetto allo scorso anno: come se un paese delle dimensioni del Canada fosse precipitato in soli 365 giorni nella disperazione. Che le politiche dei governi dominanti siano sbagliate lo dimostra il fatto che nel 2017 il numero degli affamati torna a crescere a fronte del fatto che oltre un terzo della produzione agroalimentare vada sprecata e 2 miliardi di persone siano cronicamente obese. In tutti questi anni i cosiddetti “grandi della terra” non hanno mai voluto affrontare e sciogliere i nodi veri della crisi, tra i quali la redistribuzione sociale delle ricchezze e delle risorse; la soppressione dei diritti; la privatizzazione dei beni comuni; la sicurezza alimentare; le condizioni di lavoro di milioni di agricoltori.
      La partecipazione alla due giorni di Forum alternativo, di confronto e di lotta, è stata indispensabile per costruire consapevolezza e rimettere al centro del dibattito politico questioni centrali come: la proposta di legge per l’agricoltura contadina; la campagna per la sovranità alimentare e i diritti contadini, l’innovazione sociale e culturale in agricoltura; il diritto ad un cibo sano e di qualità; la contrarietà agli OGM e agli New Breeding Techniques, o nuove tecniche di manipolazione genetica; come intervenire a cambiare le distorte politiche dei governi nazionali e della Politica agricola comune europea, e fermare la liberalizzazione selvaggia dei mercati in corso con accordi come il CETA, in TTIP, il nuovo NAFTA e la tornata di negoziati dell’Organizzazione mondiale del commercio che culminerà nel vertice ministeriale del 10 dicembre a Buenos Aires, per promuovere la centralità delle relazioni umane e sociali e della promozione dei diritti umani anche in vista di un momento simbolicamente importante quale la Giornata mondiale per la sovranità alimentare che si celebra il 16 ottobre.

      L’attacco neoliberista ai beni comuni e al cibo sano per tutti

      Il sistematico attacco ai beni comuni, attraverso la loro finanziarizzazione e mercificazione, non è un incidente di percorso o un semplice tentativo da parte dei poteri finanziari di aumentare i loro profitti.
      Si tratta piuttosto di una strategia consapevole, messa in campo da chi continua a proporre un modello economico-sociale insostenibile che rimane fondato sull’idea di una crescita infinita di produzione e consumi.
      Di fronte a una crisi sistemica del modello neoliberista, i grandi del pianeta insistono però nel rilanciare l’idea di una società basata sul concetto di quella gioiosa “competizione globale” che dovrebbe garantire benessere a tutti, ma che ha come unico risultato quello di provocare un peggioramento delle condizioni di vita degli uomini e delle donne che abitano il pianeta.
      Questa progressiva erosione della sfera dei diritti viene portata avanti attraverso le politiche di austerity, la trappola ideologica del debito pubblico e la riduzione degli spazi di democrazia a qualsiasi livello, con l’obiettivo di forzare l’immissione sul mercato di qualsiasi patrimonio collettivo.
      Le vittime di questo processo di espropriazione dei beni comuni del pianeta sono le donne e gli uomini che lo abitano, che si vedono sottrarre diritti come l’accesso all’acqua, il governo del territorio, la tutela della qualità del cibo e l’adozione di modelli di produzione ecologicamente orientati.
      L’alternativa a questo progetto richiede un ribaltamento di paradigma, che metta alla base il concetto di bene comune, a partire dal cibo. Lo sviluppo dell’alternativa richiede di sviluppare la consapevolezza, però, che l’apertura e il mantenimento delle vertenze e campagne a difesa dei beni comuni è condizione necessaria, ma non sufficiente, per la loro tutela. È indispensabile, infatti, andare oltre la logica della semplice difesa per lavorare sulla costruzione di alternative (teoriche e pratiche) che consentano di disegnare i contorni di un modello di società collettivo e partecipato.

      La liberalizzazione commerciale come strumento per premiare i più forti

      L’Unione europea chiama “diplomazia economica” quei negoziati di liberalizzazione commerciale come CETA, TTIP, gli altri oltre 100 negoziati bilaterali in corso e quelli portati avanti all’interno dell’Organizzazione mondiale del commercio con i quali, sostiene, si possano favorire crescita e occupazione in Europa e diventare più efficienti nel perseguire i nostri interessi economici all’estero. E’ l’agenzia delle Nazioni Unite che si occuopa di commercio e sviluppo che, però, nel rapporto 2017 a constatare che ““in netto contrasto con le ambizioni dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, l’economia mondiale rimane sbilanciata in modi che non solo sono impedienti, ma anche destabilizzanti e pericolosi per la salute politica, sociale e ambientale del pianeta. Anche quando la crescita economica è stata possibile, sia attraverso picchi di consumo interno, un boom immobiliare o di esportazioni, i guadagni sono stati sproporzionalmente ripartiti tra pochi privilegiati”. Oltre vent’anni di globalizzazione, ammette la stessa Wto, hanno progressivamente paralizzato anche il commercio mondiale “perché altamente concentrato”.
      Nel Report statistico 2017, infatti, l’Organizzazione spiega che “i primi dieci esportatori rappresentano più della metà del commercio mondiale. Le economie in via di sviluppo stanno aumentando la loro partecipazione: la loro quota del commercio mondiale di merci è salita al 41 per cento mentre per i servizi commerciali al 36 per cento. Tuttavia la quota dei paesi meno sviluppati (LDC) nelle esportazioni di merci e servizi commerciali nel mondo sono ancora troppo basse per poter parlare davvero di mercato globale: siamo a meno dell’1%”. A che cosa servono, allora, i negoziati commerciali in corso? A mettere in discussione, come ostacoli al commercio, la promozione di quei diritti delle persone, dei territori e dell’ambiente, gli standard di qualità dei prodotti e dei servizi, che si traducono in costi per le grandi aziende. Il mercato che stanno delineando è costruito intorno a pochi grandi gruppi che assorbono le risorse di tutti per produrre eccellenze a portata di pochi, e un’eccedenza di prodotti e servizi scadenti per masse sempre più impoverite e prove di strumenti democratici e condivisi di reazione.

      Il neocoloniasmo attraverso il “land grabbing” e gli EPA

      Per parlare della situazione in Africa, negli ultimi anni in Italia quando si discute di immigrazione è ricorrente l’affermazione “Aiutiamoli a casa loro” ma quello che i nostri governi e le istituzioni internazionali fanno è esattamente l’opposto: attraverso gli accordi commerciali, ad esempio gli EPA, gli Economic Partnership Agreements con le ex colonie di Africa, Caraibi e Pacifico, l’UE, con il pieno sostegno della Wto, ha condotto un durissimo attacco all’ agricoltura africana a vantaggio delle esportazioni delle grandi aziende globalizzate dell’agrobusiness, nascosto dalla richiesta di abbattere le barriere protezionistiche e di modificare i preesistenti accordi.
      Il risultato è che nei mercati africani, da Nairobi al Senegal, spesso è più facile trovare prodotti provenienti dai Paesi europei che quelli interni. Negli ultimi 20 anni, poi, si è aggiunto il fenomeno del “Land Grabbing” , ossia dell’acquisto di immense distese di terra in Africa, e non solo, da parte di multinazionali e di Stati, spesso nascoste dietro un primo acquirente locale per aggirare, con la complicità dei poteri locali, la legislazione. Le terre acquistate vengono destinate a produzioni non finalizzate all’alimentazione, ad es. biocombustibili, o a produzioni di monoculture. Ne consegue: abbandono delle terre, migrazioni, mancanza di cibo per un’alimentazione sostenibile. Un fenomeno ormai presente anche in Europa.

      Quale cibo deve nutrire l’umanità e rigenerare la terra

      L’attuale agricoltura industriale, a partire dalla cosiddetta “Rivoluzione Verde”, ha favorito un sistema produttivo lineare (a differenza del sistema produttivo naturale che è circolare), ad alto input di energia fossile (si pensi ai fertilizzanti di sintesi, ai pesticidi, ai grandi trattori, all’irrigazione e ai lunghi trasporti di sementi e di prodotti agricoli), con drastica riduzione della biodiversità agricola (poche sementi ibride o addirittura OGM): in breve l’agricoltura è diventata insostenibile e responsabili di gravi impatti ambientali.
      Questa agricoltura ha aumentato le produzioni totali di cereali e in genere di cibo, ma con forti consumi di prodotti petroliferi (da 2 a 10 calorie fossili per ogni caloria di cibo) e di acqua (da 200 litri d’acqua per ogni kg di cibo vegetale, fino a molte migliaia di litri per ogni Kg di carne). Inoltre, a causa della globalizzazione, questo incremento di cibo non è andato a sfamare i poveri del Pianeta, ma a incrementare i consumi, soprattutto di prodotti di origine animale, dei paesi più ricchi.
      Dal 1960, quando ha incominciato a diffondersi la rivoluzione verde, la produzione di cereali nel mondo è aumentata di 3 volte, mentre la popolazione mondiale è cresciuta poco più di 2 volte, e la disponibilità di alimenti per persona è cresciuta del 24%. Ma nel 1960 si stimava che - in tutto il mondo - ci fossero 800 milioni di persone che soffrivano la fame, mentre nel 2016 sono rimasti 815 milioni, secondo i dati della FAO, con oscillazioni in rapporto alle varie crisi economiche.
      Per questi consumi di energia fossile e per la grande quantità di animali allevati l’agricoltura industriale è anche causa rilevante dei cambiamenti climatici, ma ne subisce pesanti conseguenze. Un cambiamento del clima con incrementi di temperatura superiori ai 2°C entro i prossimi 20 anni porterebbe ad effetti estremi e contraddittori, come siccità ed alluvioni, sempre più frequenti, rendendo sempre meno produttiva l’agricoltura, che, a sua volta, utilizzando sempre più energia fossile per contrastare le avversità (pesticidi, fertilizzanti, irrigazione, ecc.) e favorendo allevamenti intensivi ad alta emissione di CO2 e di metano, contribuirebbe in maniera sempre maggiore, in una spirale perversa, a favorire l’effetto serra.
      Di fronte a questi limiti dell’agricoltura, le multinazionali agro-chimico-sementiere, che avevano imposto la rivoluzione verde, hanno proposto l’agricoltura transgenica, che impiega gli OGM, ma tale metodo di trasformazione delle piante non è esente da rischi per l’ambiente e la salute. Anche l’agricoltura transgenica dipende dal petrolio e impiega massicciamente pesticidi: oltre l’80% delle piante transgeniche sono rese resistenti ad un diserbante (il più comune è il Roundup della Monsanto, che contiene glifosate, sospetto cancerogeno). Inoltre le multinazionali si stanno appropriando, grazie alle loro tecnologie e alle norme sui brevetti transgenici, del patrimonio genetico di molte piante.
      Per superare questa situazione occorre un’agricoltura totalmente nuova, a minor input di energia e di materia, che ripristini una logica circolare inserendosi armoniosamente nei cicli biogeochimici naturali. Ma, di fronte ai cambiamenti climatici, occorre anche immaginare nuove sementi adatte alle nuove condizioni ambientali, sementi ottenute grazie al recupero delle varietà storiche, come punto di partenza per nuovi incroci, fatti non dalle multinazionali delle sementi, ma dagli stessi agricoltori (selezione partecipata).

      Verso una nuova economia agroecologica

      Una nuova economia agricola, ecologica, può assicurare un reddito dignitoso, un lavoro soddisfacente, la sperimentazione di nuove forme di convivenza sociale e un rapporto consapevole con l’ambiente di vita. Si tratta di una trasformazione legata sia ai prodotti che ai produttori del territorio e dimensionata ad essi, a servizio degli agricoltori e dei cittadini e volta a limitare gli sprechi materiali ed energetici.
      Un altro mondo è ancora possibile e dobbiamo praticare l’obiettivo in concreto.
      Dobbiamo sperimentare forme di unificazione di produzione e consumo realizzando compiutamente la coproduzione ed un’alleanza strutturata tra piccola agricoltura contadina e consumatori consapevoli (le CSA costituiscono una strada da perseguire praticata a livello internazionale).
      Dobbiamo altresì sperimentare forme avanzate di autoproduzione. Dobbiamo alludere in concreto a nuovi rapporti sociali.
      Continuiamo la lotta per riprendere definitivamente con il controllo del nostro cibo e l’impunità delle società transnazionali. Solleviamo la bandiera della sovranità alimentare e l’urgenza della riforma agraria popolare basata su una produzione agroecologica per garantire un cibo sano e dignitoso per le persone, con l’obiettivo di rafforzare il coordinamento e la convergenza delle lotte nel quadro della sovranità alimentare come base per il cambiamento.

      Proseguiamo il lavoro e la lotta

      Non rincorriamo gli eventi che ci impone il sistema, costruiamo i nostri.
      La forza della Rete che ha costruito questo Forum alternativa è stata quella di cogliere il pretesto del G/ agricolo ufficiale per costruire un percorso tutto dal basso, di rete, di movimento, di confederalità di pratiche che hanno gettato le basi di una progettualità futura alla due giorni, sia per il territorio di Bergamo, sia per un nuovo processo che da qui può nascere a Bergamo e in Italia, in solidarietà con i movimenti sociali e contadini europei e globali. In questi mesi verso Bergamo hanno lavorato insieme realtà molto diverse tra loro, che hanno però trovato, a partire dalla critica all’agrobusiness, un percorso comune che ha toccato tutti i punti dell’alternativa al sistema neoliberista.
      Tutta la nostra riflessione ha fatto capo al concetto di sovranità alimentare, da qui l’idea che centrale sia l’autodeterminazione dei popoli, il diritto a scegliere le proprie politiche agricole e da lì abbiamo declinato sul diritto in generale di tutti i popoli alla vita contro la politica della morte.
      Abbiamo incrociato i movimenti contadini, abbiamo incrociato le buon pratiche virtuose in atto, dai gas, alle reti solidali per la difesa di un’agricoltura a presidio del territorio, i gap, le comunità di supporto all’agricoltura che mettono in discussione il mercato a partire dall’agricoltura contadina orientandosi al cambiamento sociale, abbiamo incrociato le campagne che lavorano per fermare gli strumenti politici delle liberalizzazioni commerciali creando lo spazio politico per le alternative quali le pratiche di autoproduzione e le pratiche di autorganizzazione popolare legate alla questione del cibo, come le cucine mutualistiche o gli orti sociali. Abbiamo cercato di rendere evidente come il tema del cibo buono e pulito si intersecasse con il tema della crisi economica e quindi della difficoltà dell’accesso al cibo e quindi ancora una volta la necessità di unire le pratiche, orientarle al cambiamento sociale e abbiamo individuato che in queste stesse pratiche è in nuce l’alternativa al sistema.
      Questo è stato il filo conduttore di questa due giorni; non siamo sussumibili perché le pratiche che mettiamo in atto non sono complementari al sistema: sono varchi che abbiamo aperto che dimostrano che l’alternativa è praticabile.
      Abbiamo incontrato il grande tema della difesa del nostro territorio italiano, abbiamo incontrato le bsa che con sforzo di generosità e solidarietà sono intervenute nelle zone terremotate, ma che non si sono limitate all’emergenza, si sono fatte promotrici di un idea generale di tutela del territorio e di salvaguardia di questo bene comune senza il quale non ci può essere il diritto del popolo a decidere…. e con le bsa i no tav, i no tap, i no gasaran, no parking fara…che strenuamente si battono per denunciare gli scempi del territorio.
      Abbiamo quindi parlato di partecipazione democratica alle scelte e della necessità di condurre una battaglia accesa contro la finanziarizzazione e alla mercificazione e al ripensare alla gestione collettiva e partecipata di questi beni, in primis il cibo e la terra.
      Crediamo che la Rete abbia anche il merito di aver intrapreso anche un percorso su più livelli, da quello politico a quello culturale e sociale; interessante è l’analisi uscita in questi mesi di un’alleanza indispensabile tra il mondo contadino sotto ricatto delle briciole dei finanziamenti europei e il mondo di noi cittadini consumatori, che abbiamo in mano la rivoluzionaria arma di scegliere cosa mangiare, un incontro che può essere rivoluzionario a partire dallo scardinare i meccanismi economici fino ad un’alternativa di relazioni umane diverse.
      Vogliamo ricostruire una società da una politica che riparte dai bisogni negati, il cibo, la salute, la terra, la casa e il lavoro, la dignità del lavoro.
      Viviamo una fase di resistenza, ma una prospettiva di speranza sta rinascendo e l’obbiettivo che vogliamo condividere dopo Bergamo, è costruire con generosità, umiltà, sacrificio, militanza, una elaborazione politica alternativa che riconosca e connetta le pratiche e gli obiettivi specifici di ciascun soggetto in campo e di quelli nuovi che si affacceranno in percorsi comuni che, senza mettere in discussione le specificità, condividano strategie e interventi e si diano ambiti e momenti di confronto comuni che alimentino progettualità concrete.
      Assumendo lo slogan dei movimenti agricoli de La via campesina, dopo Bergamo, globalizziamo la lotta, globalizziamo la speranza. (Bergamo, Edonè, 15.10.17)

      Le nostre precedenti info: qui


      (14-15.10.17) BERGAMO. FORUM ALTERNATIVO AL G7 DEI PADRONI DELLA TERRA E DEL CIBO. IL PROGRAMMA

      * Bergamo, sabato 14 e domenica 15 ottobre 2017, Spazio Giovani Edonè, Parco Sud di Redona, Via A. Gemelli 17

      Non siamo sussumibili né in questi giorni del G7 a Bergamo né mai! NO, NON CI STIAMO E COSTRUIAMO L’ALTERNATIVA

      Il messaggio che vogliamo dare è che il modello proposto dal G7 in corso e quello agroecologico basato sulla Sovranità Alimentare non sono compatibili, non possono convivere.
      Vogliamo affermare l’alternatività dei percorsi agroecologici a quello egemone: per cambiare radicalmente l’agricoltura e l’economia non bastano nuovi stili di vita, occorre progettare e praticare insieme un’alternativa di società.
      Questo sarà l’impegno il 14/15 ottobre. Abbiamo pensato a plenarie e a tavoli di lavoro  la cui elaborazione è stata costruita in questi mesi dalle decine di realtà che hanno aderito.Ne uscirà una elaborazione da cui ripartire subito sui territori, per un’altra agricoltura possibile e per una confederalità sociale attraverso pratiche solidali e mutualistiche su tutti i fronti: dalla lotta al caporalato anche nelle campagne orobiche, alle mobilitazioni contro il consumo del territorio, alla costruzione di pratiche di autoproduzione che incontrino l’esigenza di sostegno al reddito di tante fasce di popolazione a cui è negata l’accessibilità al cibo.
      Tutto il percorso della Rete bergamasca per l’alternativa al G7 è opera di attivisti e cittadini che hanno messo tempo, sacrificio e parte della vita per questo progetto e, di fronte alle spese assurde sostenute dall’amministrazione per il G7, noi opponiamo le nostre modalità di autofinanziamento solidale e partecipato.
      Invitiamo la cittadinanza a venire all’Edonè per scoprire chi siamo e cosa diciamo. Riguarda tutti: riguarda la tutela dell’ambiente in cui facciamo crescere i nostri figli e in cui si produce il cibo che diamo loro; riguarda noi del Nord del mondo; riguarda i popoli del Sud, che con le politiche sottese al summit del G7 in Città Alta vedranno la loro condizione di vita ulteriormente precarizzata fino ad essere costrette – con lo sfruttamento delle loro terre - a migrare nei nostri paesi ricchi, fermo restando che poi li vogliamo bloccare in mezzo ai mari perché “dobbiamo aiutarli a casa loro”.
      Vi aspettiamo sabato e domenica mattina al Forum Alternativo e domenica pomeriggio alle 14.00 in piazza, a partire dalla stazione, per manifestare pacificamente, ma dicendo a gran voce, no noi non ci stiamo e vogliamo costruire l’alternativa.
      Bergamo, 09.10.17

      .

      SABATO 14 OTTOBRE

      Ore 9.00, accoglienza; Ore 9.30, assemblea plenaria; ore 14.30, tavoli di lavoro:

      • AGRICOLTURA. Dalle buone prassi all’elaborazione politica di un “pensiero grande” (scheda: qui)
      • MUTUALISMO. Confederare le pratiche sociali contro la crisi. Costruire il mutualismo del futuro (qui)
      • MONTAGNA. Dove la terra accarezza il cielo: l’agricoltura di montagna (qui)
      • LAVORO. Gli sfruttati della terra: estendiamo da sud a nord la lotta al caporalato (qui)
      • TERRITORIO E BENI COMUNI. La sola grande opera necessaria: la messa in sicurezza del territorio (qui)

      Ore 20.45. “Senza Sankara”, spettacolo teatrale di Piccoli Idilli, c/o Teatro Qoelet, Via Leone XIII 22, Bergamo-Redona

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      DOMENICA 15 OTTOBRE

      Ore 9.00. Colazione sociale. Ore 9.15: assemblea plenaria di chiusura

      Ore 14.00. MANIFESTAZIONE con corteo per le vie di Bergamo. Concentramento Piazzale della Stazione e arrivo c/o Edonè

      Ore 18.30. Concerto con BG’S TEAM + STOMA EMSI IBWIT e tanti altri (c/o Edonè)

      Durante la due giorni del forum: mercati agricoli / musica / associazioni / socialità / buon cibo.

      DEPLIANT: fronte - retro

      Info: Roberta tel. 3405841595 - Andrea tel. 3495120487 - Fb: Retealternativag7 - Mail: alternativag7bg@gmail.com

      IBAN PER SOSTENERE LA RETE: IT 35 A 05018 11100 000000249624 C/C BANCA ETICA


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      (16.09.17) “AIUTIAMOLI A CASA LORO” E’ UNA BALLA SPAZIALE. LAND GRABBING E ALTRO

      Ringraziamo Vittorio Agnoletto che ci ha segnalato questo due suoi interventi. (a cura Rete Bergamasca per l’alternativa al G7)

      .

      1. Migranti, quattro motivi per cui ‘Aiutiamoli a casa loro’ è una balla spaziale (Il Fatto quotidiano, 06.09.17)

      “Aiutarli a casa loro” per anni è stato lo slogan della destra. Ora è diventato il mantra di quasi tutte le forze politiche da Renzi al M5S. Uno slogan carino da pronunciare, ma che ha come unico obiettivo il tacitare la coscienza di  chi lo declama e di chi, compiaciuto, lo ascolta: non siamo cattivi, né egoisti, anzi rispettiamo gli insegnamenti evangelici dell’aiutare il prossimo, solo che decidiamo noi dove e come.

      Ma la realtà è ben diversa: nonostante gli accordi internazionali sottoscritti prevedano di destinare all’aiuto pubblico allo sviluppo almeno lo 0,7% del Pil, il nostro Paese nel 2015 ha stanziato solo lo 0,22% del Pil, nel quale sono compresi pure i fondi rimasti sul nostro territorio destinati a gestire il fenomeno migratorio.

      1. Vendiamo armi

      La principale preoccupazione dei nostri governi è stata quella di incentivare la vendita di armi in Africa. Tra il 2013 e il 2014 è stata organizzata la circumnavigazione dell’Africa della portaerei Cavour, trasformata in un’enorme vetrina delle armi prodotte dalle nostre industrie; per tale missione i vertici militari avevano perfino cercato l’appoggio dei missionari italiani presenti nell’Africa Sub-Sahariana, ricevendone ovviamente un netto diniego come mi è stato personalmente raccontato in un colloquio a lato dell’incontro dei Movimenti popolari organizzato da papa Francesco in Vaticano lo scorso novembre.

      Come spesso ricorda Francesco Vignarca, uno dei massimi esperti sul mercato delle armi, i risultati non si sono fatti attendere e nel 2016 sono state autorizzate vendite verso Angola, Congo, Kenia, Sud Africa, Algeria, Marocco, Ciad, Mali, Namibia ed Etiopia facendo carta straccia della legge 185/90 che vieta le armi a Paesi in conflitto e a quelli che non rispettano i diritti umani. Facilitatori in questi accordi sono stati i viaggi nel continente africano della ministra Roberta Pinotti e dello stesso Matteo Renzi.

      2. Distruggiamo l’agricoltura locale

      Mentre si vendono le armi si distrugge l’agricoltura dei Paesi Sub- Sahariani.

      La distruzione di una parte importante dell’agricoltura sub sahariana è diretta conseguenza degli accordi di Partenariato economico (Epa) che l’Ue, in accordo con l’Organizzazione mondiale del commercio, ha imposto all’Africa Subsahariana. Gli obiettivi degli Epa sono: rimozione delle barriere tariffarie, difesa degli investimenti delle imprese estere, liberalizzazione del settore dei servizi, protezione dei diritti di proprietà intellettuale.

      Ancor prima che gli Epa entrassero in vigore, il Programma per lo sviluppo delle Nazioni Unite (l’Undp), aveva ammonito l’Ue che tali accordi avrebbero provocato il crollo del Pil delle nazioni africane (in parte significativa sostenuto dai dazi doganali) e il collasso di ampi settori dell’agricoltura africana non in grado di competere con le grandi multinazionali europee sostenute dai sussidi che ogni anno la Commissione europea elargisce loro.

      Tutto ciò si è drammaticamente realizzato e i mercati delle grandi metropoli africane, a cominciare da Nairobi, sono invasi da prodotti agricoli europei. Decine di migliaia di contadini sono così rimasti senza lavoro, costretti ad abbandonare la terra.

      3. Ci impadroniamo delle loro terre

      Contemporaneamente, nell’Africa Sub Sahariana e non solo, si è sviluppato il fenomeno del land grabbing, l’accaparramento delle terre fertili da parte di grandi multinazionali o di Stati quali la Cina. Al 2015, considerando solo gli accordi stipulati dopo il 2000 – e solo quelli relativi ad appezzamenti di terra superiori ai 200/ettari (ha) e con un acquirente finale internazionale – erano oltre 44 milioni gli ettari oggetto di land grabbing. Di questi 44 milioni di ettari circa il 50%  sono collocati in Africa. Di questi, solo l’8% è rimasto destinato totalmente a colture alimentari; il restante 82% è destinato, almeno in parte, ad altro, ad esempio alla produzione di biocarburanti eccetera.

      Le industrie italiane partecipano al fenomeno del land grabbing per un totale di 1.000.000/ha quasi tutti in Africa.

      Il fenomeno del land grabbing quindi produce: espropriazione delle terre, cacciata dei contadini e delle loro famiglie, sostituzione della produzione di cibo fino ad ora destinato al consumo locale con prodotti non finalizzati all’alimentazione umana e con produzioni agricole fondate su monoculture destinate a mercati globali, lontani dalle zone di coltivazione.

      Ne consegue un grave impoverimento delle popolazioni ivi residenti, abbandono della propria regione con fenomeni migratori inizialmente interni al proprio Paese e in seguito con migrazioni internazionali rivolte verso il Mediterraneo.

      4. Follia e ignoranza preparano la tragedia

      Potrei dilungarmi sull’accaparramento delle ricchezze del sottosuolo, fenomeno alla base di molte delle guerre per procura oggi in atto nel continente africano. E’ sufficiente ricordare il conflitto che in Congo in vent’anni ha prodotto milioni di morti. Una guerra che ha le sue ragioni nelle ricchezze del Paese: coltan e cassiterite stanno alla base dell’industria hightech mondiale. Un esempio di come evolve il colonialismo nell’era della globalizzazione.

      Ecco come “li stiamo aiutando a casa loro”. Nessuno, fra i tanti leader politici che quotidianamente ripetono in modo ossessivo tale slogan, ha mai avanzato proposte precise sui temi qui indicati. Ammesso che sappiano di cosa si sta parlando.

      Il fenomeno delle migrazioni è strutturale e trova le proprie ragioni nell’enorme divario della distribuzione della ricchezza e nelle feroci politiche di saccheggio.

      O si ha il coraggio di intervenire con trasformazioni radicali che modifichino in profondità le attuali politiche, oppure andremo incontro nel prossimo futuro ad una tragedia collettiva di dimensioni inimmaginabili.


      2. Land grabbing e migranti, gli italiani coinvolti gridano ‘Aiutiamoli a casa loro’. Mentono (Il Fatto quotidiano, 15.09.17)

      Alcuni commenti al mio precedente post mettevano in dubbio alcuni dati da me citati, in particolare il ruolo svolto dalle aziende italiane nel Land grabbing, l’accaparramento delle terre fertili da parte di grandi multinazionali o di interi Stati, in Africa.

      Per superare ogni dubbio è sufficiente cliccare su Web of transnational deals e quindi Italy (con il browser Internet Explorer non funziona) e sarà possibile osservare come sono ben 1.017.828 gli ettari acquistati da industrie italiane attraverso il Land grabbing, terreni quasi tutti collocati in Africa, tranne circa 36mila ettari in Romania. Questi dati sono stimati per difetto, perché fanno riferimento unicamente ai contratti già chiusi nel 2015; molte altre trattative erano allora ancora aperte ed altre sono state avviate recentemente.

      Cliccando su Show all outbound deals è possibile, poi, vedere la lista delle aziende italiane coinvolte in tale pratica, aggiornata al 2015. Quelli indicati come Secondary investor indicano l’azienda con sede in Italia che sta dietro i primi acquirenti (primary investor). Questi ultimi, in genere, fungono da prestanome locale: sono aziende collocate nel Paese in cui si trova il terreno, utili a superare le leggi nazionali che vincolano gli investimenti italiani.

      Scorrendo fino in fondo la colonna Intention of investment, appare evidente come circa solo un terzo dei terreni acquistati con Land grabbing sono stati destinati all’agricoltura; confrontando la colonna Intended size ha (le dimensioni previste in ettari dei terreno da acquistare) con la colonna Contract size ha (la quantità di ettari di terreno già acquistati) si può osservare come già allora erano avviate le trattative per l’acquisto di circa un altro un milione di ha di terreno in Africa da parte di industrie con sede in Italia.

      Siamo quindi di fronte ad un fenomeno in continua crescita e del quale molti aspetti restano ancora sconosciuti e nascosti anche per ragioni commerciali e fiscali.

      Come già scritto nel post precedente, tra le conseguenze del Land grabbing vi è l’abbandono delle terre da parte di migliaia e migliaia di contadini destinati a precipitare in una condizione di ulteriore drammatica povertà che li porta ad emigrare verso nord spesso fino alle sponde del Mediterraneo con tutte le conseguenze che conosciamo. Ecco perché non ha alcun senso dire “aiutiamoli a casa loro” se contemporaneamente non vengono bloccate pratiche quali il Land grabbing.

      Chiarito questo punto, rispondo brevemente anche ad altre obiezioni che mi erano state rivolte:

      1. Non penso certo che “800 milioni di Africani devono venire da noi” né che “non dobbiamo aiutarli a casa loro”; sostengo molto più semplicemente che non li stiamo aiutando a casa loro e che i politici che usano lo slogan “aiutiamoli a casa loro” usano questo slogan solo per contrastare le politiche di accoglienza e per realizzare politiche di respingimento e finanziare governi e bande armate che gestiscono e costruiscono veri e propri lager nei quali rinchiudere i migranti prima che giungano sulle coste del Mediterraneo.

      2. E’ evidente che le responsabilità sulla vendita delle armi o sul land grabbing non sono direttamente del singolo cittadino italiano. Con l’uso della prima persona plurale, ad esempio “Vendiamo armi” intendo riferirmi al sistema Italia, al governo – che per altro viene eletto da noi – e alle aziende/multinazionali italiane.

      3. E’ ampiamente documentato che anche in Italia vi sono grandi differenze economiche, e infatti la gran parte dei post che ho pubblicato nel mio blog è dedicata ad esempio alla difficoltà di curarsi per chi è povero. Ed è altrettanto risaputo che le differenze economiche nel nostro Paese sono drammatiche.

      Contemporaneamente, vi è un piccolo gruppo di individui (nel mondo dell’industria, della finanza eccetera) che dalla crisi trae grandi vantaggi a danno di altri. Ad esempio la chiusura di migliaia di piccole aziende agricole familiari in Italia e nel sud dell’Europa è diretta conseguenza delle politiche delle grandi multinazionali dell’agrobusiness sostenute dai sussidi dell’Unione europea.

      Sarebbe quindi molto più logico (e intelligente), anziché individuare nei migranti e negli africani i nostri nemici, comprendere che coloro che stanno depredando quel continente sono gli stessi che stanno mandando in miseria milioni di italiani ed europei. Ma nessun governo italiano, né quello attuale, né i precedenti, ha mai chiesto di rimettere in discussione i sussidi alle multinazionali europee dell’agricoltura, tanto per fare un esempio.

      4. Chi vende le armi lo fa sperando che queste siano usate in modo tale da poterne vendere altre e quindi ha solo vantaggio a fomentare i conflitti. Ovviamente, un’enorme responsabilità hanno molti governi ed élites africane che scatenano le guerre pensando solo a arricchire se stesse lasciando in miseria i loro popoli. Ma a maggior ragione, i nostri leader politici, che ben conoscono tutto ciò, non dovrebbero commerciare armi con tali governi.

      Se invece i nostri governi e le élites economiche finanziarie continueranno ad applicare l’antica massima pecunia non olet è bene che si sappia che le migrazioni continueranno ad aumentare senza sosta.

      Rete Bergamasca per l’alternativa al G7, le nostre precedenti info: qui


      (20.09.17) SERIATE. INCONTRO PUBBLICO DELLA RETE BERGAMASCA PER L’ALTERNATIVA AL G7

      Mercoledì 20 settembre, ore 20.45, presso la Biblioteca Civica di Seriate, in Via Italia 56 (di fronte al municipio)

      * “(R)ESISTENZA CONTADINA e POLITICHE DI SVILUPPISMO IN AGRICOLTURA”

      Interverranno:

      FRANCESCO BENCIOLINI, contadino di ARI (Associazione Rurale Italiana): LE POLITICHE AGRICOLE COMUNITARIE (PAC) ed i PIANI DI SVILUPPO REGIONALI ITALIANI (PSR)

      SERGIO CABRAS, contadino e scrittore, co-estensore della proposta di Legge PICCOLO E’ BELLO, MA ILLEGALE: - Come l’economia sviluppista usa la Legge per costringere i contadini alla clandestinità; - La proposta di Legge sul riconoscimento delle agricolture contadine italiane.
      Coordina: ORAZIO ROSSI, Caa Acli
      * SOCIAL FORUM 14 E 15 OTTOBRE: COSTRUIAMO L’ALTERNATIVA! Presentazione delle due giorni di forum alternativo: assemblee, tavoli di lavoro tematici, iniziative culturali, mercati contadini e manifestazione finale
      A cura di ROBERTA MALTEMPI, coordinatrice della Rete

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      STOP-CETA! LA MOBILITAZIONE A CUI ADERIRE E IL MANUALE DA DIFFONDERE

      Martedì 25 luglio il Senato italiano ha intenzione di ratificare il CETA. Senza consultare adeguatamente la società civile, le organizzazioni agricole, i sindacati, il mondo ambientalista e i consumatori, gran parte del Pd, insieme a Forza Italia, i Centristi di Pier Ferdinando Casini (CpE), Alternativa Popolare (AP) di Angelino Alfano e schegge del Gruppo Misto, intendono dare il via libera all’accordo tossico UE-Canada.

      Forti del sostegno di centinaia di migliaia di cittadini contrari a questo trattato e preoccupati per i loro diritti e la loro salute, le organizzazioni della Campagna Stop TTIP Italia ritengono questa accelerazione intollerabile e ingiusta. Contro il CETA si sono espresse anche numerose Regioni, votando delibere contrarie e chiedendo al Senato di fermare il processo. Lazio, Lombardia, Liguria, Veneto, Puglia, Calabria, Marche e Valle d’Aosta, oltre a centinaia di Comuni, hanno intimato al Parlamento di aprire una consultazione ampia sugli effetti del trattato. Questo movimento trasversale, che sui territori coinvolge anche partiti della maggioranza, non può essere ignorato.

      Aderisci anche tu alla mobilitazione per bloccare la ratifica: https://stop-ttip-italia.net/stop-ceta-25-luglio-222/

      Scarica e diffondi a tutti i tuoi contatti l’ultima pubblicazione Stop TTIP Italia sulla disinformazione CETA: https://stopttipitalia.files.w ordpress.com/2017/07/debunking -_ceta_luglio2017.pdf

      Rete Bergamasca per l’alternativa al G7 - info: QUI


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