Ago 14 2009

(14.08.09) Zio Enzo. La buona novella

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(14.08.09) ZIO ENZO  “LA BUONA NOVELLA” Un racconto Volevo per la prima volta partecipare ad un concorso di narrativa, ma cosa narrare? Da ragazzo mi divertivo a scrivere storielle buone per i miei amici che erano illetterati, ma un concorso nazionale, via, non faceva per me. Pure l’idea mi assillava, chiesi quindi consiglio ad Antonio un amico giornalista, spiritoso, dissacrante ma profondo, che mi ha scoraggiato vieppiù… E’ l’incipit del racconto che Zio Enzo ci aveva mandato mesi or sono e con il quale aveva partecipato al concorso di narrativa. così come scritto… Tutto il racconto: qui

Gli altri testi di Zio Enzo : 1 (2006) - 2 (2006) - 3 (2006) - 4 (2007) - 5 (2008) - 6 (2008) - 7 (2009)

 

LA BUONA NOVELLA

 

Volevo per la prima volta partecipare ad un concorso di narrativa, ma cosa narrare? Da ragazzo mi divertivo a scrivere storielle buone per i miei amici che erano illetterati, ma un concorso nazionale, via, non faceva per me. Pure l’idea mi assillava, chiesi quindi consiglio ad Antonio un amico giornalista, spiritoso, dissacrante ma profondo, che mi ha scoraggiato vieppiù.

“Cosa vuoi scrivere – mi disse – che non sia già stato scritto? Lascia perdere…”.

Stavo lasciando perdere quando una sera Antonio, che si picca di essere un esperto di culinaria, mi invita a cena insieme ad un comune amico, Michele. Tra un piatto di spaghetti scotti e uno di stracotto stracrudo intavolammo pazzi discorsi.

Michele:  “Gli argomenti più gettonati negli ultimi anni: Torri gemelle, Striscia di Gaza, Iran, Irak, Afghanistan. Ci  sono diventati familiari nomi che mai prima avevamo udito: Hezbollah, Pashtun, Rabbini, Chierici, Laici, Teocon, Atei de’ voti, Atei senza voti e chi più ne ha più non ne ometta. Vi racconto una storia.

“Un vecchio signore, Abravo, complice il Santo Viagraal, ebbe tre figli, Moshe, Pietropaolo e Alì. Il primo figlio, Moshe, aprì sul monte Sinai un ristorante con annessa pista da sci che chiamò ‘Shalom gigante’.

“Molto religioso aveva un motto, Torah et Labora. Il ristorante aveva una cucina semplice:  pane azzimo, lepre in salmi, erbe amare e il sabato Manna della quale erano ghiotti gli infanti, i pupi mannari…”

Antonio interruppe e proseguì: “Appoggiato ad una parete vi era una spinetta, il Muro del piano, presso il quale si cantavano le vecchie canzoni: Finché la arca va, Il tempio delle mele, Manna son tanto felice.”

Michele riprese: “All’ingresso del locale vi erano i tavoli o le Tavole della legge riservati a giudici e poliziotti che secondo costume non passano mai dal casher. Fuori del locale un tal, Mud, con la cabala dava i numeri del Lot.”

Antonio:  “Ogni tanto il locale chiudeva perché i clienti andavano in ferie a Babilonia o in Egitto.”

Michele: “Il secondo figlio, Pietropaolo, si appropriò con le cattive del locale di Moshe e lo trasformò in un otel, tanto che Moshe è ancora alla ricerca dell’acca perduta.  L’otel aveva pure un cristorante che col tempo scadde in ostieria. Tale operazione fu detta Nuovo pestamento o rilevazione.

“Il menù della buona nouvelle cuisine: fritto della passione, capesante e orate insaporite con basilico e santoreggia coltivate nell’Orto degli ulivi.

“Col tempo aprì una pizzeria dove alcuni si abbuffavano di pizza catari e ugonotti alla  crema tradizionalmente la notte di San Bartolomeo. Spesso andavano a gozzovigliare dei personaggi in tonaca che sporcavano dappertutto, lordo monachorum.”

Antonio: “Gli stessi dettero origine al Mona chesimo che si diffuse soprattutto in veneto. Uno dei clienti, un siculo tedesco, un certo Lu Terù, un rompibolle che protestava sempre, aveva degli amici che gettavano i clienti dalla finestra.

“Pietropaolo inveiva. Chi rompe, Praga! Ed erano guerre che duravano anche trentanni.

Spesso frequentavano il locale dei calderai che facevano le pentole ma non i Copernico e tenevano accese discussioni con un cieco di Arcetri. Erano come il Dialogo e l’acqua santa.”

Michele: “Vi erano però anche dei tipi un po’ più ortodossi, dei metropolitani che facevano musica pope e assistevano a film come Mi manda l’icone e Uomini e popi.”

Antonio: “Il terzo figlio, Alì, un locale aprì, manco a dirlo adiacente all’otel di Pietropaolo.

Sarà stata nella zona la presenza di un rigoglioso aranceto con annessa fabbrica  di aranciate che il posto fu chiamato Terra Fanta, sponsorizzato poi dalla Coca Cola.

“Il locale era un posto conturbante per soli uomini che portavano una striscia di garza sulla fronte e si distinguevano in sci-iti, amanti della neve, sun-niti, amanti del sole,  e sod-omiti, amanti…  Questi ultimi solevano spesso prendere due piccioni con una fatwa. La carta delle vivande era obbligatoria, fondamenta lista, si potevano gustare ottimi Alì  Babà, pane all’Apriti sesamo, pane e talebani.”

Michele: “Il maiale era bandito ma si poteva dire salam.”

Io: “E le donne?”

Michele: “Le donne erano tenute nell’harem guardate a vista da guardiani sempre ubriachi detti Euciuchi.”

Io: “Noi solo ciuchi.”

Michele: “Fuori dal locale vi era il parcheggio dei cammelli, anche questi separati, i maschi custoditi da due guardiani, Drom e Dario, le femmine dalla Signora delle cammelle. Spesso irrompevano nel locale di Alì dei tipi dai lunghi mantelli, i Templari, cavalieri senza paura che spesso si davano alla macchia.”

Antonio: “Bin Laden, chi era costui? Bin Laden, detto mister Bean, era lo chef del locale che ultimamente si dilettava a costruire armi di distruzione di messa.”

Io: “Avete finito coi ristoranti?”

Michele: “No. Ve ne sono altri da alcuni considerati di minore importanza, e sono, due punti, Al Kung fu, nel quale è custodito un quadro del Da Vincicin, L’ultima Cina  ed un lenzuolo con l’effige del proprietario, la Sindone Cinese. Da Giove, un locale pulitissimo gestito da Mastrolimpo. Da Budd Spenge, locale molto illuminato. Da Vanitù, un posto molto sofisticato. Indù Vai, frequentato dalle caste, i casti restano fuori per sicurezza.

Da Tuta Ncamen, dove si servono, “IGM” involtini geneticamente mummificati. Da Ska Pital,  locale senza cessi, un posto molto “in” frequentato da Lenin, Stalin, Kossighin. Putin e Rasputin non sono ammessi.”

Io: “Basta coi ristoranti, parlatemi di enoteche.”

Michele: “Intanto il locale di Pietropaolo si ingrandiva sempre più mentre quello di Alì era dimenticato da tutti, in special modo da Amnesy International. Mister Bean covava la vendetta. Dabliu, il capo pasticciere di Pietropaolo, megalomane, aveva preparato due alte torte gemelle e un panettone a forma di pentacolo. Mister Bean li distrusse con un colpo di scimitarra, attrezzo che usava anche per fare gli spaghetti, i famosi spaghetti alla scimitarra. Dabliu lo inseguì fino a Bangdead minacciandolo, Pape Saddam, pape Saddam, a Leffe. Non si è mai capito cosa c’entrasse quel paese della Val Seriana.”

Io: “La morale della favola dunque sarebbe che con tutti quei ristoranti vi sono più di un miliardo di persone che muoiono di fame.”

Antonio: “Tu l’hai detto, ma non è questo il punto. Volevo rimarcare il fatto che il padre Abravo ha dato ai tre fratelli le stesse ricette ma a manipolarle diversamente sono gli chef , i cuochi, i sottocuochi e persino gli sguatteri.

“I tre fratelli sono sempre in lotta tra di loro per la supremazia culinaria, gli attuali chef aizzano i propri clienti contro gli altri tanto che alle volte vengono alle mani facendo intervenire la croce rossa e la mezza luna rossa, le affinità elettighe. Inoltre continuano ad obbligare i propri avventori a ingollare i cibi più strani ed a proibirne degli altri a loro discrezione cambiando tra l’altro spesso il menù. Alcuni clienti osservano ma non vedono, altri sono astigmatici, pardon, agnostici, alcuni però vedono lontano e auspicano l’avvento di un locale aperto a tutti con innovativa architettura, campanili, minareti, torri e altro agli angoli del fabbricato circondati non da un muro del pianto ma da un’aiuola del sorriso che tutti possano frequentarlo senza distinzione di ceto, razza, razza? E preferenze culinarie.

“Forse un giorno questo si avvererà, speriamo, perché continuando a denigrare i dolci degli altri potrebbe finire a torte in faccia e non sarà la comica finale ma lo topica finale se non l’atomica finale. Che pasticcio!!”

Non commentai. I fumi dell’alcol avevano preso il sopravvento, così Antonio ci ospitò per la notte. Il mattino seguente dopo colazione Antonio mi porge un pacchetto.

Io: “Cos’è?”

Antonio: “È la registrazione dei vaneggiamenti di ieri sera. Fanne quello che vuoi, magari una novella per quel tuo concorso.”

Ero commosso. Ah! Gli amici, cosa non s’inventerebbero per farmi fare brutte figure. Ho trascritto la registrazione eliminando la parti più compromettenti, ho cercato di limare la grammatica, di scartavetrare la sintassi, sono andato addirittura a sciacquare i panni in Arno, indarno.

La lingua italiana ne esce con la testa piena di bozze. Per fortuna esistono i correttori.

La novella è ora davanti a Te, eccellentissimo, eminentissimo, coltissimo, dirò di più, caro selezionatore.

Lungi da me l’idea di volerti corrompere ma se mi fai superare almeno la prima selezione ti invito a cena insieme a Michele ed Antonio in uno di quei ristoranti. Ciao!

(2009)