Nov 01 2017

(Bergamo, 14-15.10.17) Forum alternativo al G7. Report tavolo montagna

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(BERGAMO 14-15.10.17) FORUM ALTERNATIVO AL G7. REPORT TAVOLO MONTAGNA

Montagna, dove la terra accarezza il cielo (pdf)

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Innanzitutto nel gruppo abbiamo cercato di cogliere le trasformazioni che sono in corso in montagna. Sinteticamente abbiamo individuato tre fenomeni i cui effetti si sono cumulati:

1) Una fase, oggi terminata, di spopolamento delle montagne in cui i montanari sono stati usati come soldati e poi come esercito industriale di riserva per le aziende della pianura.

2) In particolare negli ultimi 20/30 anni si è determinata una situazione di profonda divaricazione all’interno delle aree montane.

Da un lato le aree che vedono grandi investimenti. Abbiamo i grandi comprensori sciistici (Sestriere, Cervinia, etc.), sorta di grandi parchi giochi per ricchi e benestanti che richiedono una grande infrastrutturazione in loco e di collegamento. Abbiamo poi lo sfruttamento delle risorse idriche (captazioni delle acque per l’idroelettrico) o la trasformazione delle vallate in corridoi di transito, come la Val di Susa con la Tav, un’autostrada, una linea ferroviaria internazionale, due statali e tre elettrodotti ad alta tensione..

Accanto a questi fenomeni di forte impiego di capitale per sfruttare il territorio montano da parte di aziende che non lasciano quasi nulla sul territorio, abbiamo il puro e semplice abbandono del territorio montano, lasciato a se stesso senza risorse per vivere.

    3. Nell’ultimo periodo, anche nelle aree marginali dell’arco alpino, lo spopolamento è finito e vi è una parziale inversione di tendenza con un fenomeno interessante di giovani che vanno ad abitare in montagna: dal rifugista al turismo dolce, all’agricoltura non industriale, al lavoro svolto in montagna ma connesso alla città attraverso la rete, oppure semplicemente per andarci a vivere.

      Proprio a partire dalle aree maggiormente abbandonate, in montagna si sta aprendo uno spazio di iniziativa politica e sociale, in cui agire per costruire l’alternativa, sia attraverso pratiche direttamente alternative, sia attraverso il conflitto: sia per sostituzione che per rivoluzione.

      Caso emblematico di questo spazio di “libertà” che si apre, è quanto ci hanno raccontato le compagne e i compagni anarchici che - nella zona del Mugello - hanno portato avanti una interessantissima esperienza di auto recupero di case, villaggi e terreni abbandonati. Il totale spopolamento della zona ha fatto sì che le istituzioni, a partire dalla regione toscana, pur di garantire un ripopolamento, abbiano dovuto accettare le condizioni poste da chi nel territorio voleva viverci, rovesciando radicalmente l’impianto produttivistico che stava alla base dei bandi precedentemente emanati. Mentre in città un esperienza di questo tipo sarebbe stata difficilissima, l’abbandono della montagna apre uno spazio di minor forza del “potere” e quindi di maggiore possibilità di costruire pratiche di alternativa.

      Dal gruppo avanziamo quindi una proposta: Assumere la montagna come terreno di sperimentazione dell’alternativa.

      Al fine di costruire questa alternativa vi proponiamo i seguenti filoni di riflessione e di intervento:

      La montagna come bene comune.

      In primo luogo occorre fare una battaglia culturale sul valore della montagna: la montagna è uno spazio “utile per tutti e tutte”, è un bene comune universale, non solo per chi vi abita fisicamente. Questo per varie ragioni:

      1. Per l’assetto del territorio: se la montagna frana, in pianura vi saranno le alluvioni.

      2. Per l’agricoltura. L’agricoltura industriale non si è mai affermata in montagna e quindi la montagna può essere una sperimentazione della difesa della biodiversità e dell’agricoltura a km zero.

      3. Per la bellezza. In montagna, nelle aree marginali, il paesaggio è rimasto relativamente integro. La difesa del paesaggio e delle tipologie urbanistiche sono un patrimonio di valore generale.

      Quindi non solo difesa della montagna come problema per chi è rimasto in montagna ma la montagna come risorsa per tutti ai fini della conservazione del territorio, del paesaggio, della biodiversità.

      Il montanaro come garante del bene comune e attore primo della comunità montana.

      Parallelamente occorre valorizzare la figura e il ruolo del montanaro/valligiano, nella chiarezza che montanaro è chi vive in montagna oggi, non solo chi vi risiede da generazioni. Non è una affermazione di poco conto se si considera che i cittadini - nipoti di chi un tempo risiedeva in montagna e che oggi usano la vecchia residenza come seconda casa - sovente si considerano veri montanari mentre considerano “cittadini” coloro che sono andati a vivere in montagna a tutti gli effetti. Si tratta quindi di individuare una linea di tendenza basata sull’idea che il territorio è di chi lo abita, di chi ci vive, di chi ci lavora, non semplicemente la memoria di un passato remoto. In questo quadro occorre costruire una figura positiva del montanaro come garante della montagna come bene comune, di costruttore della comunità montana.

      Coordinare le sperimentazioni, le pratiche e i conflitti dell’area montana. Alcune proposte di lavoro.

      In montagna vi sono molti conflitti e molte esperienze di alternativa. Queste esperienze tendono però ad essere frammentate, poco conosciute e per questa via meno efficaci di cosa potrebbero essere ai fini della trasformazione del modello sociale. Occorre quindi coordinare.

      Innanzitutto occorre bloccare ogni ulteriore progetto di sfruttamento e di consumo del territorio montano. No ad ulteriori distretti turistici basati su impianti a fune, no ad ulteriori parchi giochi per ricchi, no ad ulteriori seconde case che deturpano il territorio non lasciando alcuna risorsa sullo stesso, no ad autostrade per portare più rapidamente i milanesi in Valtellina in una logica di turismo mordi e fuggi, no ad ulteriori impianti idroelettrici che sono diventato una forma di rapina del territorio, no alla trasformazione delle vallate in corridoi di transito.

      In primo luogo occorre quindi coordinare una lotta contro l’ulteriore devastazione del territorio montano: i no sopra elencati sono altrettanti sì ad un utilizzo armonico del territorio, impedendone lo sfruttamento selvaggio. Una lotta che vede nella lotta contro la TAV della Val di Susa un punto di riferimento fondamentale ma che deve allargarsi a tutto l’arco alpino contrastando l’economia di rapina nei territori di montagna.

      In secondo luogo occorre mobilitarsi per bloccare il rinnovo delle convenzioni dell’idroelettrico che, dopo la liberalizzazione del settore, vede una larghissima presenza di imprenditori privati. Se negli anni 60 e 70 gli impianti erano pubblici e davano comunque luogo ad una significativa quota di occupazione in montagna, negli ultimi decenni sono proliferati impianti privati di “rapina” – sovente piccoli, che vanno a captare anche le acque dei piccoli corsi d’acqua rinsecchendoli - che non lasciano un euro sul territorio, tanto più che sono impianti totalmente privi di occupazione. Costruire un movimento per il non rinnovo delle convenzioni (che sono dell’ordine delle decine di anni) e poi per una discussione su quali impianti vanno mantenuti in forma pubblica e quali no, è un punto decisivo per evitare il prosieguo della distruzione ambientale ma anche per evitare che le poche risorse disponibili in montagna vengano rapinate da società private che si fanno semplicemente gli affari loro a scapito del territorio.

      In terzo luogo occorre coordinare una battaglia per le risorse pubbliche da parte dello stato. Faccio un esempio. Angrogna, un piccolo comune piemontese di 900 abitanti - con un glorioso passato nelle lotte per la libertà religiosa combattute dai Valdesi - di cui sono consigliere comunale per la lista Montagna in Comune, è stato interessato negli ultimi cinque anni da fenomeni franosi che per essere ripristinati abbisognano di almeno 7 milioni di euro. Di questi soldi, fino a poche settimane fa, il comune ne aveva a disposizione 500.000 e forse adesso arriveremo ad una cifra che sfiora il milione. E’ del tutto evidente che chiunque faccia il sindaco di quel paese non è posto nelle condizioni di poter risolvere il problema, per la drammatica carenza di risorse. Per questo quando mi sono candidato nelle ultime elezioni ho detto chiaramente che non ero candidato per fare il sindaco - contro il sindaco uscente – ma che ero candidato per fare il consigliere contro il governo regionale, nazionale ed europeo che con le loro politiche economiche stanno distruggendo la montagna. Se la montagna continuerà ad essere privata di risorse come adesso, nel giro di vent’anni sarà un territorio completamente devastato dal dissesto idrogeologico in cui non ci sarà più un muretto a secco in piedi. Il lavoro di generazioni e generazioni di montanari risulterà semplicemente distrutto. I soldi ci sono, occorre prenderli da chi ne ha troppi e la montagna deve essere protagonista di questa redistribuzione di risorse dai ricchi ai poveri, dalle aree ricche verso quelle più povere.

      Rivendichiamo quindi il deciso aumento delle risorse pubbliche per finanziare il riassetto idrogeologico del territorio, l’agricoltura a km zero, la biodiversità a partire dalle sementi, il mantenimento delle strutture architettoniche degli edifici, i servizi sociali e sanitari sul territorio, l’assistenza domiciliare per gli anziani, l’istruzione sul territorio, ma anche per avere la banda larga perché c’è gente che andrebbe a lavorare in montagna con internet ma non ci può andare. Anche l’assenza dell’accesso alla rete è un handicap da rimuovere, né più né meno come il fatto che la neve venga rimossa e che le strade siano percorribili anche d’inverno: il diritto alla comunicazione e alla mobilità è uno dei punti rilevanti su cui agire.

      Risorse vuol anche dire difendere tutte le forme di democrazia decentrata e municipale, non accettando l’elemosina dei soldi per gli accorpamenti dei piccoli comuni. Parallelamente, vanno promosse tutte le forme di consorziamento dei comuni in modo da utilizzare in modo migliore le risorse e il personale e da fornire servizi decenti sul territorio. Occorre evitare la distruzione delle forme di democrazia sul territorio perché dopo l’abolizione delle Comunità Montane e delle Provincie, abolire i piccoli comuni significa azzerare ogni forma storica in cui si è espressa la democrazia sul territorio montano.

      In questo quadro proponiamo di far leva su una pluralità di lavori ai fine di dar luogo ad un reddito sufficiente per vivere decorosamente in montagna. Per le caratteristiche che abbiamo sopra descritto difficilmente l’agricoltura non industriale o il turismo non invasivo possono dar luogo ad un reddito sufficiente per vivere. Noi proponiamo allora di puntare sulla costruzione di un reddito prodotto da una pluralità di lavori in cui lo stato garantisca un reddito di base attraverso i lavori di manutenzione e riassetto del territorio a cui si possa aggiungere reddito agricolo e da turismo dolce. Occorre cioè fare del riassetto idraulico forestale del territorio, anche un elemento di trasformazione sociale, facendolo diventare la risorsa di base con cui garantire il reddito a chi lavora in montagna. La nostra parola d’ordine “l’unica grande opera che ci piace è il riassetto del territorio”, non ha quindi in montagna solo un valore ambientale ma deve diventare a tutti gli effetti il centro della montagna come bene comune.

      Infine, molti si sono abituati a pensare le montagne solo come un luogo di confine. Al contrario queste sono un luogo di incontro, di contaminazione. Di fronte alla vulgata della Lega in cui il montanaro sarebbe l’archetipo dell’uomo razzista sempliciotto e un po’ tonto, occorre proporre la montagna - e cioè un territorio in condizione di fragilità - come luogo in cui la fragilità delle persone viene accolta e rispettata. Del resto la forma di vita storica in montagna è solidale e cooperativa, non certo individualistica e competitiva.

      Ci proponiamo quindi di connettere le diverse esperienze che ci sono e di cominciare da questi punti un lavoro comune sul piano culturale e sociale. Sul piano progettuale significa parlare in primo luogo del tema dei rifugiati. Ci sono piccoli comuni che hanno accolto dei rifugiati. Questi stanno rifacendo i sentieri e in parte diventeranno abitanti di quei paesi. Del resto già oggi una bella fetta della pastorizia in tutta Italia, è fatta da immigrati: anche la fontina della val d’Aosta parla di un lavoro migrante sugli alpeggi… Da questo punto di vista i “vuoti” che si aprono in montagna possono essere colmati con pratiche di solidarietà e condivisione che determinino un rilancio del tessuto montano in una logica opposta a quella dalla Lega. Se le montagne sono il luogo dove la terra accarezza il cielo, se i valichi di montagna sono fatti per essere percorsi, dobbiamo costruire un movimento di montanari che sappiano camminare guardando il sentiero ma anche fermarsi a guardare in alto, con la schiena dritta. (a cura Paolo Ferrero)

      Le nostre precedenti info: qui

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