(16.09.17) “AIUTIAMOLI A CASA LORO” E’ UNA BALLA SPAZIALE. LAND GRABBING E ALTRO

Ringraziamo Vittorio Agnoletto che ci ha segnalato questo due suoi interventi. (a cura Rete Bergamasca per l’alternativa al G7)

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1. Migranti, quattro motivi per cui ‘Aiutiamoli a casa loro’ è una balla spaziale (Il Fatto quotidiano, 06.09.17)

“Aiutarli a casa loro” per anni è stato lo slogan della destra. Ora è diventato il mantra di quasi tutte le forze politiche da Renzi al M5S. Uno slogan carino da pronunciare, ma che ha come unico obiettivo il tacitare la coscienza di  chi lo declama e di chi, compiaciuto, lo ascolta: non siamo cattivi, né egoisti, anzi rispettiamo gli insegnamenti evangelici dell’aiutare il prossimo, solo che decidiamo noi dove e come.

Ma la realtà è ben diversa: nonostante gli accordi internazionali sottoscritti prevedano di destinare all’aiuto pubblico allo sviluppo almeno lo 0,7% del Pil, il nostro Paese nel 2015 ha stanziato solo lo 0,22% del Pil, nel quale sono compresi pure i fondi rimasti sul nostro territorio destinati a gestire il fenomeno migratorio.

1. Vendiamo armi

La principale preoccupazione dei nostri governi è stata quella di incentivare la vendita di armi in Africa. Tra il 2013 e il 2014 è stata organizzata la circumnavigazione dell’Africa della portaerei Cavour, trasformata in un’enorme vetrina delle armi prodotte dalle nostre industrie; per tale missione i vertici militari avevano perfino cercato l’appoggio dei missionari italiani presenti nell’Africa Sub-Sahariana, ricevendone ovviamente un netto diniego come mi è stato personalmente raccontato in un colloquio a lato dell’incontro dei Movimenti popolari organizzato da papa Francesco in Vaticano lo scorso novembre.

Come spesso ricorda Francesco Vignarca, uno dei massimi esperti sul mercato delle armi, i risultati non si sono fatti attendere e nel 2016 sono state autorizzate vendite verso Angola, Congo, Kenia, Sud Africa, Algeria, Marocco, Ciad, Mali, Namibia ed Etiopia facendo carta straccia della legge 185/90 che vieta le armi a Paesi in conflitto e a quelli che non rispettano i diritti umani. Facilitatori in questi accordi sono stati i viaggi nel continente africano della ministra Roberta Pinotti e dello stesso Matteo Renzi.

2. Distruggiamo l’agricoltura locale

Mentre si vendono le armi si distrugge l’agricoltura dei Paesi Sub- Sahariani.

La distruzione di una parte importante dell’agricoltura sub sahariana è diretta conseguenza degli accordi di Partenariato economico (Epa) che l’Ue, in accordo con l’Organizzazione mondiale del commercio, ha imposto all’Africa Subsahariana. Gli obiettivi degli Epa sono: rimozione delle barriere tariffarie, difesa degli investimenti delle imprese estere, liberalizzazione del settore dei servizi, protezione dei diritti di proprietà intellettuale.

Ancor prima che gli Epa entrassero in vigore, il Programma per lo sviluppo delle Nazioni Unite (l’Undp), aveva ammonito l’Ue che tali accordi avrebbero provocato il crollo del Pil delle nazioni africane (in parte significativa sostenuto dai dazi doganali) e il collasso di ampi settori dell’agricoltura africana non in grado di competere con le grandi multinazionali europee sostenute dai sussidi che ogni anno la Commissione europea elargisce loro.

Tutto ciò si è drammaticamente realizzato e i mercati delle grandi metropoli africane, a cominciare da Nairobi, sono invasi da prodotti agricoli europei. Decine di migliaia di contadini sono così rimasti senza lavoro, costretti ad abbandonare la terra.

3. Ci impadroniamo delle loro terre

Contemporaneamente, nell’Africa Sub Sahariana e non solo, si è sviluppato il fenomeno del land grabbing, l’accaparramento delle terre fertili da parte di grandi multinazionali o di Stati quali la Cina. Al 2015, considerando solo gli accordi stipulati dopo il 2000 – e solo quelli relativi ad appezzamenti di terra superiori ai 200/ettari (ha) e con un acquirente finale internazionale – erano oltre 44 milioni gli ettari oggetto di land grabbing. Di questi 44 milioni di ettari circa il 50%  sono collocati in Africa. Di questi, solo l’8% è rimasto destinato totalmente a colture alimentari; il restante 82% è destinato, almeno in parte, ad altro, ad esempio alla produzione di biocarburanti eccetera.

Le industrie italiane partecipano al fenomeno del land grabbing per un totale di 1.000.000/ha quasi tutti in Africa.

Il fenomeno del land grabbing quindi produce: espropriazione delle terre, cacciata dei contadini e delle loro famiglie, sostituzione della produzione di cibo fino ad ora destinato al consumo locale con prodotti non finalizzati all’alimentazione umana e con produzioni agricole fondate su monoculture destinate a mercati globali, lontani dalle zone di coltivazione.

Ne consegue un grave impoverimento delle popolazioni ivi residenti, abbandono della propria regione con fenomeni migratori inizialmente interni al proprio Paese e in seguito con migrazioni internazionali rivolte verso il Mediterraneo.

4. Follia e ignoranza preparano la tragedia

Potrei dilungarmi sull’accaparramento delle ricchezze del sottosuolo, fenomeno alla base di molte delle guerre per procura oggi in atto nel continente africano. E’ sufficiente ricordare il conflitto che in Congo in vent’anni ha prodotto milioni di morti. Una guerra che ha le sue ragioni nelle ricchezze del Paese: coltan e cassiterite stanno alla base dell’industria hightech mondiale. Un esempio di come evolve il colonialismo nell’era della globalizzazione.

Ecco come “li stiamo aiutando a casa loro”. Nessuno, fra i tanti leader politici che quotidianamente ripetono in modo ossessivo tale slogan, ha mai avanzato proposte precise sui temi qui indicati. Ammesso che sappiano di cosa si sta parlando.

Il fenomeno delle migrazioni è strutturale e trova le proprie ragioni nell’enorme divario della distribuzione della ricchezza e nelle feroci politiche di saccheggio.

O si ha il coraggio di intervenire con trasformazioni radicali che modifichino in profondità le attuali politiche, oppure andremo incontro nel prossimo futuro ad una tragedia collettiva di dimensioni inimmaginabili.


2. Land grabbing e migranti, gli italiani coinvolti gridano ‘Aiutiamoli a casa loro’. Mentono (Il Fatto quotidiano, 15.09.17)

Alcuni commenti al mio precedente post mettevano in dubbio alcuni dati da me citati, in particolare il ruolo svolto dalle aziende italiane nel Land grabbing, l’accaparramento delle terre fertili da parte di grandi multinazionali o di interi Stati, in Africa.

Per superare ogni dubbio è sufficiente cliccare su Web of transnational deals e quindi Italy (con il browser Internet Explorer non funziona) e sarà possibile osservare come sono ben 1.017.828 gli ettari acquistati da industrie italiane attraverso il Land grabbing, terreni quasi tutti collocati in Africa, tranne circa 36mila ettari in Romania. Questi dati sono stimati per difetto, perché fanno riferimento unicamente ai contratti già chiusi nel 2015; molte altre trattative erano allora ancora aperte ed altre sono state avviate recentemente.

Cliccando su Show all outbound deals è possibile, poi, vedere la lista delle aziende italiane coinvolte in tale pratica, aggiornata al 2015. Quelli indicati come Secondary investor indicano l’azienda con sede in Italia che sta dietro i primi acquirenti (primary investor). Questi ultimi, in genere, fungono da prestanome locale: sono aziende collocate nel Paese in cui si trova il terreno, utili a superare le leggi nazionali che vincolano gli investimenti italiani.

Scorrendo fino in fondo la colonna Intention of investment, appare evidente come circa solo un terzo dei terreni acquistati con Land grabbing sono stati destinati all’agricoltura; confrontando la colonna Intended size ha (le dimensioni previste in ettari dei terreno da acquistare) con la colonna Contract size ha (la quantità di ettari di terreno già acquistati) si può osservare come già allora erano avviate le trattative per l’acquisto di circa un altro un milione di ha di terreno in Africa da parte di industrie con sede in Italia.

Siamo quindi di fronte ad un fenomeno in continua crescita e del quale molti aspetti restano ancora sconosciuti e nascosti anche per ragioni commerciali e fiscali.

Come già scritto nel post precedente, tra le conseguenze del Land grabbing vi è l’abbandono delle terre da parte di migliaia e migliaia di contadini destinati a precipitare in una condizione di ulteriore drammatica povertà che li porta ad emigrare verso nord spesso fino alle sponde del Mediterraneo con tutte le conseguenze che conosciamo. Ecco perché non ha alcun senso dire “aiutiamoli a casa loro” se contemporaneamente non vengono bloccate pratiche quali il Land grabbing.

Chiarito questo punto, rispondo brevemente anche ad altre obiezioni che mi erano state rivolte:

1. Non penso certo che “800 milioni di Africani devono venire da noi” né che “non dobbiamo aiutarli a casa loro”; sostengo molto più semplicemente che non li stiamo aiutando a casa loro e che i politici che usano lo slogan “aiutiamoli a casa loro” usano questo slogan solo per contrastare le politiche di accoglienza e per realizzare politiche di respingimento e finanziare governi e bande armate che gestiscono e costruiscono veri e propri lager nei quali rinchiudere i migranti prima che giungano sulle coste del Mediterraneo.

2. E’ evidente che le responsabilità sulla vendita delle armi o sul land grabbing non sono direttamente del singolo cittadino italiano. Con l’uso della prima persona plurale, ad esempio “Vendiamo armi” intendo riferirmi al sistema Italia, al governo – che per altro viene eletto da noi – e alle aziende/multinazionali italiane.

3. E’ ampiamente documentato che anche in Italia vi sono grandi differenze economiche, e infatti la gran parte dei post che ho pubblicato nel mio blog è dedicata ad esempio alla difficoltà di curarsi per chi è povero. Ed è altrettanto risaputo che le differenze economiche nel nostro Paese sono drammatiche.

Contemporaneamente, vi è un piccolo gruppo di individui (nel mondo dell’industria, della finanza eccetera) che dalla crisi trae grandi vantaggi a danno di altri. Ad esempio la chiusura di migliaia di piccole aziende agricole familiari in Italia e nel sud dell’Europa è diretta conseguenza delle politiche delle grandi multinazionali dell’agrobusiness sostenute dai sussidi dell’Unione europea.

Sarebbe quindi molto più logico (e intelligente), anziché individuare nei migranti e negli africani i nostri nemici, comprendere che coloro che stanno depredando quel continente sono gli stessi che stanno mandando in miseria milioni di italiani ed europei. Ma nessun governo italiano, né quello attuale, né i precedenti, ha mai chiesto di rimettere in discussione i sussidi alle multinazionali europee dell’agricoltura, tanto per fare un esempio.

4. Chi vende le armi lo fa sperando che queste siano usate in modo tale da poterne vendere altre e quindi ha solo vantaggio a fomentare i conflitti. Ovviamente, un’enorme responsabilità hanno molti governi ed élites africane che scatenano le guerre pensando solo a arricchire se stesse lasciando in miseria i loro popoli. Ma a maggior ragione, i nostri leader politici, che ben conoscono tutto ciò, non dovrebbero commerciare armi con tali governi.

Se invece i nostri governi e le élites economiche finanziarie continueranno ad applicare l’antica massima pecunia non olet è bene che si sappia che le migrazioni continueranno ad aumentare senza sosta.

Rete Bergamasca per l’alternativa al G7, le nostre precedenti info: qui