BORGO DI TERZO. SPORTELLO SOCIALE CASA.

* Per consulenza e assistenza sui temi del diritto alla casa, lotta agli sfratti, tutela legale (consulenza gratuita), assistenza fiscale…

* Per non essere soli di fronte alla crisi e per lottare contro la dissoluzione dello “stato sociale”

BORGO DI TERZO, presso la sede del Circolo di Rifondazione Comunista della Valcavallina, Via Rivolta 1 (scalinata di fronte alla farmacia)

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TUTTI I MARTEDI’ dalle ore 18.30 alle ore 20.00

(Riprende da MARTEDI’ 19 SETTEMBRE)

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Per info: tel. 3312190899 (marco), tel. 3389759975 (maurizio) mail: alternainsieme@yahoo.it

Appuntamenti: Sabato 23 settembre invitiamo a partecipare alla manifestazione “Bergamo Bene Comune”, con ritrovo alle ore 15.00 in Piazza Matteotti (davanti al Comune di Bergamo) e salita in Città Alta fino in Piazza Vecchia

A cura Unione Inquilini Bergamo in collaborazione con Circolo di Rifondazione Comunista della Valcavallina.

Diritto alla casa, le nostre precedenti news: QUI


(16.09.17) “AIUTIAMOLI A CASA LORO” E’ UNA BALLA SPAZIALE. LAND GRABBING E ALTRO

Ringraziamo Vittorio Agnoletto che ci ha segnalato questo due suoi interventi. (a cura Rete Bergamasca per l’alternativa al G7)

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1. Migranti, quattro motivi per cui ‘Aiutiamoli a casa loro’ è una balla spaziale (Il Fatto quotidiano, 06.09.17)

“Aiutarli a casa loro” per anni è stato lo slogan della destra. Ora è diventato il mantra di quasi tutte le forze politiche da Renzi al M5S. Uno slogan carino da pronunciare, ma che ha come unico obiettivo il tacitare la coscienza di  chi lo declama e di chi, compiaciuto, lo ascolta: non siamo cattivi, né egoisti, anzi rispettiamo gli insegnamenti evangelici dell’aiutare il prossimo, solo che decidiamo noi dove e come.

Ma la realtà è ben diversa: nonostante gli accordi internazionali sottoscritti prevedano di destinare all’aiuto pubblico allo sviluppo almeno lo 0,7% del Pil, il nostro Paese nel 2015 ha stanziato solo lo 0,22% del Pil, nel quale sono compresi pure i fondi rimasti sul nostro territorio destinati a gestire il fenomeno migratorio.

1. Vendiamo armi

La principale preoccupazione dei nostri governi è stata quella di incentivare la vendita di armi in Africa. Tra il 2013 e il 2014 è stata organizzata la circumnavigazione dell’Africa della portaerei Cavour, trasformata in un’enorme vetrina delle armi prodotte dalle nostre industrie; per tale missione i vertici militari avevano perfino cercato l’appoggio dei missionari italiani presenti nell’Africa Sub-Sahariana, ricevendone ovviamente un netto diniego come mi è stato personalmente raccontato in un colloquio a lato dell’incontro dei Movimenti popolari organizzato da papa Francesco in Vaticano lo scorso novembre.

Come spesso ricorda Francesco Vignarca, uno dei massimi esperti sul mercato delle armi, i risultati non si sono fatti attendere e nel 2016 sono state autorizzate vendite verso Angola, Congo, Kenia, Sud Africa, Algeria, Marocco, Ciad, Mali, Namibia ed Etiopia facendo carta straccia della legge 185/90 che vieta le armi a Paesi in conflitto e a quelli che non rispettano i diritti umani. Facilitatori in questi accordi sono stati i viaggi nel continente africano della ministra Roberta Pinotti e dello stesso Matteo Renzi.

2. Distruggiamo l’agricoltura locale

Mentre si vendono le armi si distrugge l’agricoltura dei Paesi Sub- Sahariani.

La distruzione di una parte importante dell’agricoltura sub sahariana è diretta conseguenza degli accordi di Partenariato economico (Epa) che l’Ue, in accordo con l’Organizzazione mondiale del commercio, ha imposto all’Africa Subsahariana. Gli obiettivi degli Epa sono: rimozione delle barriere tariffarie, difesa degli investimenti delle imprese estere, liberalizzazione del settore dei servizi, protezione dei diritti di proprietà intellettuale.

Ancor prima che gli Epa entrassero in vigore, il Programma per lo sviluppo delle Nazioni Unite (l’Undp), aveva ammonito l’Ue che tali accordi avrebbero provocato il crollo del Pil delle nazioni africane (in parte significativa sostenuto dai dazi doganali) e il collasso di ampi settori dell’agricoltura africana non in grado di competere con le grandi multinazionali europee sostenute dai sussidi che ogni anno la Commissione europea elargisce loro.

Tutto ciò si è drammaticamente realizzato e i mercati delle grandi metropoli africane, a cominciare da Nairobi, sono invasi da prodotti agricoli europei. Decine di migliaia di contadini sono così rimasti senza lavoro, costretti ad abbandonare la terra.

3. Ci impadroniamo delle loro terre

Contemporaneamente, nell’Africa Sub Sahariana e non solo, si è sviluppato il fenomeno del land grabbing, l’accaparramento delle terre fertili da parte di grandi multinazionali o di Stati quali la Cina. Al 2015, considerando solo gli accordi stipulati dopo il 2000 – e solo quelli relativi ad appezzamenti di terra superiori ai 200/ettari (ha) e con un acquirente finale internazionale – erano oltre 44 milioni gli ettari oggetto di land grabbing. Di questi 44 milioni di ettari circa il 50%  sono collocati in Africa. Di questi, solo l’8% è rimasto destinato totalmente a colture alimentari; il restante 82% è destinato, almeno in parte, ad altro, ad esempio alla produzione di biocarburanti eccetera.

Le industrie italiane partecipano al fenomeno del land grabbing per un totale di 1.000.000/ha quasi tutti in Africa.

Il fenomeno del land grabbing quindi produce: espropriazione delle terre, cacciata dei contadini e delle loro famiglie, sostituzione della produzione di cibo fino ad ora destinato al consumo locale con prodotti non finalizzati all’alimentazione umana e con produzioni agricole fondate su monoculture destinate a mercati globali, lontani dalle zone di coltivazione.

Ne consegue un grave impoverimento delle popolazioni ivi residenti, abbandono della propria regione con fenomeni migratori inizialmente interni al proprio Paese e in seguito con migrazioni internazionali rivolte verso il Mediterraneo.

4. Follia e ignoranza preparano la tragedia

Potrei dilungarmi sull’accaparramento delle ricchezze del sottosuolo, fenomeno alla base di molte delle guerre per procura oggi in atto nel continente africano. E’ sufficiente ricordare il conflitto che in Congo in vent’anni ha prodotto milioni di morti. Una guerra che ha le sue ragioni nelle ricchezze del Paese: coltan e cassiterite stanno alla base dell’industria hightech mondiale. Un esempio di come evolve il colonialismo nell’era della globalizzazione.

Ecco come “li stiamo aiutando a casa loro”. Nessuno, fra i tanti leader politici che quotidianamente ripetono in modo ossessivo tale slogan, ha mai avanzato proposte precise sui temi qui indicati. Ammesso che sappiano di cosa si sta parlando.

Il fenomeno delle migrazioni è strutturale e trova le proprie ragioni nell’enorme divario della distribuzione della ricchezza e nelle feroci politiche di saccheggio.

O si ha il coraggio di intervenire con trasformazioni radicali che modifichino in profondità le attuali politiche, oppure andremo incontro nel prossimo futuro ad una tragedia collettiva di dimensioni inimmaginabili.


2. Land grabbing e migranti, gli italiani coinvolti gridano ‘Aiutiamoli a casa loro’. Mentono (Il Fatto quotidiano, 15.09.17)

Alcuni commenti al mio precedente post mettevano in dubbio alcuni dati da me citati, in particolare il ruolo svolto dalle aziende italiane nel Land grabbing, l’accaparramento delle terre fertili da parte di grandi multinazionali o di interi Stati, in Africa.

Per superare ogni dubbio è sufficiente cliccare su Web of transnational deals e quindi Italy (con il browser Internet Explorer non funziona) e sarà possibile osservare come sono ben 1.017.828 gli ettari acquistati da industrie italiane attraverso il Land grabbing, terreni quasi tutti collocati in Africa, tranne circa 36mila ettari in Romania. Questi dati sono stimati per difetto, perché fanno riferimento unicamente ai contratti già chiusi nel 2015; molte altre trattative erano allora ancora aperte ed altre sono state avviate recentemente.

Cliccando su Show all outbound deals è possibile, poi, vedere la lista delle aziende italiane coinvolte in tale pratica, aggiornata al 2015. Quelli indicati come Secondary investor indicano l’azienda con sede in Italia che sta dietro i primi acquirenti (primary investor). Questi ultimi, in genere, fungono da prestanome locale: sono aziende collocate nel Paese in cui si trova il terreno, utili a superare le leggi nazionali che vincolano gli investimenti italiani.

Scorrendo fino in fondo la colonna Intention of investment, appare evidente come circa solo un terzo dei terreni acquistati con Land grabbing sono stati destinati all’agricoltura; confrontando la colonna Intended size ha (le dimensioni previste in ettari dei terreno da acquistare) con la colonna Contract size ha (la quantità di ettari di terreno già acquistati) si può osservare come già allora erano avviate le trattative per l’acquisto di circa un altro un milione di ha di terreno in Africa da parte di industrie con sede in Italia.

Siamo quindi di fronte ad un fenomeno in continua crescita e del quale molti aspetti restano ancora sconosciuti e nascosti anche per ragioni commerciali e fiscali.

Come già scritto nel post precedente, tra le conseguenze del Land grabbing vi è l’abbandono delle terre da parte di migliaia e migliaia di contadini destinati a precipitare in una condizione di ulteriore drammatica povertà che li porta ad emigrare verso nord spesso fino alle sponde del Mediterraneo con tutte le conseguenze che conosciamo. Ecco perché non ha alcun senso dire “aiutiamoli a casa loro” se contemporaneamente non vengono bloccate pratiche quali il Land grabbing.

Chiarito questo punto, rispondo brevemente anche ad altre obiezioni che mi erano state rivolte:

1. Non penso certo che “800 milioni di Africani devono venire da noi” né che “non dobbiamo aiutarli a casa loro”; sostengo molto più semplicemente che non li stiamo aiutando a casa loro e che i politici che usano lo slogan “aiutiamoli a casa loro” usano questo slogan solo per contrastare le politiche di accoglienza e per realizzare politiche di respingimento e finanziare governi e bande armate che gestiscono e costruiscono veri e propri lager nei quali rinchiudere i migranti prima che giungano sulle coste del Mediterraneo.

2. E’ evidente che le responsabilità sulla vendita delle armi o sul land grabbing non sono direttamente del singolo cittadino italiano. Con l’uso della prima persona plurale, ad esempio “Vendiamo armi” intendo riferirmi al sistema Italia, al governo – che per altro viene eletto da noi – e alle aziende/multinazionali italiane.

3. E’ ampiamente documentato che anche in Italia vi sono grandi differenze economiche, e infatti la gran parte dei post che ho pubblicato nel mio blog è dedicata ad esempio alla difficoltà di curarsi per chi è povero. Ed è altrettanto risaputo che le differenze economiche nel nostro Paese sono drammatiche.

Contemporaneamente, vi è un piccolo gruppo di individui (nel mondo dell’industria, della finanza eccetera) che dalla crisi trae grandi vantaggi a danno di altri. Ad esempio la chiusura di migliaia di piccole aziende agricole familiari in Italia e nel sud dell’Europa è diretta conseguenza delle politiche delle grandi multinazionali dell’agrobusiness sostenute dai sussidi dell’Unione europea.

Sarebbe quindi molto più logico (e intelligente), anziché individuare nei migranti e negli africani i nostri nemici, comprendere che coloro che stanno depredando quel continente sono gli stessi che stanno mandando in miseria milioni di italiani ed europei. Ma nessun governo italiano, né quello attuale, né i precedenti, ha mai chiesto di rimettere in discussione i sussidi alle multinazionali europee dell’agricoltura, tanto per fare un esempio.

4. Chi vende le armi lo fa sperando che queste siano usate in modo tale da poterne vendere altre e quindi ha solo vantaggio a fomentare i conflitti. Ovviamente, un’enorme responsabilità hanno molti governi ed élites africane che scatenano le guerre pensando solo a arricchire se stesse lasciando in miseria i loro popoli. Ma a maggior ragione, i nostri leader politici, che ben conoscono tutto ciò, non dovrebbero commerciare armi con tali governi.

Se invece i nostri governi e le élites economiche finanziarie continueranno ad applicare l’antica massima pecunia non olet è bene che si sappia che le migrazioni continueranno ad aumentare senza sosta.

Rete Bergamasca per l’alternativa al G7, le nostre precedenti info: qui


(20.09.17) SERIATE. INCONTRO PUBBLICO DELLA RETE BERGAMASCA PER L’ALTERNATIVA AL G7

Mercoledì 20 settembre, ore 20.45, presso la Biblioteca Civica di Seriate, in Via Italia 56 (di fronte al municipio)

* “(R)ESISTENZA CONTADINA e POLITICHE DI SVILUPPISMO IN AGRICOLTURA”

Interverranno:

FRANCESCO BENCIOLINI, contadino di ARI (Associazione Rurale Italiana): LE POLITICHE AGRICOLE COMUNITARIE (PAC) ed i PIANI DI SVILUPPO REGIONALI ITALIANI (PSR)

SERGIO CABRAS, contadino e scrittore, co-estensore della proposta di Legge PICCOLO E’ BELLO, MA ILLEGALE: - Come l’economia sviluppista usa la Legge per costringere i contadini alla clandestinità; - La proposta di Legge sul riconoscimento delle agricolture contadine italiane.
Coordina: ORAZIO ROSSI, Caa Acli
* SOCIAL FORUM 14 E 15 OTTOBRE: COSTRUIAMO L’ALTERNATIVA! Presentazione delle due giorni di forum alternativo: assemblee, tavoli di lavoro tematici, iniziative culturali, mercati contadini e manifestazione finale
A cura di ROBERTA MALTEMPI, coordinatrice della Rete

Rete Bergamasca per l’alternativa al G7: Acli Terra Lombardia - Alternainsieme San Paolo d’Argon - Ari  Associazione Rurale Italiana - Asia Bergamo - Associazione Gaia animali e ambiente - Associazione Animante Bergamo - Associazione Gli Armadilli - Barrio Campagnola  - Brigate Solidarietà Attiva Bergamo - Circolo dei lavoratori Iseo - Cittadinanza sostenibile Bergamo - Comitato “I Bastioni di Orione”  Possibile Bergamo - Collettivo politico di Alzano Lombardo - Comitato di lotta per la casa Bergamo - Comitato Seriate per Tutti - Comitato Stop Ttip Milano - Cooperativa sociale Amandla - Cooperativa Il Sole e la Terra - C.s.a. Pacì Paciana - Desr Distretto Rurale di Economia Solidale (Parco agricolo sud Milano) - Ex OPG Occupato Je so’ pazzo Napoli - Gap Gruppo di Acquisto Popolare Bergamo - Gas Caracol Franciacorta (Bs) - Gas di Baggio (mi) - Intergas Bassa Val Seriana (GAS Torre Ranica, Pan GAS, Quater GAS) - Laboratorio Permacultura Temperata Bergamo - Magazzino 47 Brescia - No Parking Fara Bergamo - Rifondazione Comunista Circoli di Seriate, Dalmine, Vacalepio e Valcavallina, Federazioni di Bergamo e Brescia, Comitato regionale lombardo - Radio Vostok - R@p Rete per autorganizzazione popolare - RiMake Milano - RiMaflow Trezzano sul Naviglio (mi) - Sindacato Generale di Base SGB Bergamo - Sinistra Anticapitalista Circolo “Guido Puletti” Brescia - Sinistra Italiana Bergamo - Spazio sociale La Boje! Mantova - Unione Inquilini Bergamo
Attac Italia - Bilanci di Giustizia rete nazionale - Deafal (ong) - Fuorimercato  - Comitato Stop Ttip Italia - Il sindacato è un’altra cosa/Cgil - Terra Nuova - Woof Italia - Unione Inquilini Italia

Info: Roberta tel. 3405841595 - Fb: Rete Bergamasca per l’alternativa al G7 - Mail: alternativag7bergamo@yahoo.com

Le nostre precedenti info: qui


Comunicato di “Comitato Val Vertova Bene Comune”

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Gli impianti idroelettrici sono per normativa dichiarati di pubblica utilità dal GSE (Gestore dei Servizi Energetici GSE S.p.A). Una società per azioni italiana, interamente controllata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze, alla quale sono attribuiti numerosi incarichi di natura pubblicistica nel settore energetico.

La società svolge i propri compiti in conformità con gli indirizzi strategici e operativi definiti dal Ministero dello Sviluppo Economico.

Il GSE ricopre un ruolo centrale nell’incentivazione e nello sviluppo delle fonti rinnovabili in Italia. La principale attività è la promozione, anche attraverso l’erogazione di incentivi economici, dell’energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili.

La Società è, inoltre, responsabile dell’attuazione dei meccanismi di promozione dell’efficienza energetica e svolge attività di informazione per promuovere la cultura dell’uso dell’energia compatibile e sostenibile con le esigenze dell’ambiente.

C’è quindi poco da obiettare sul fatto che gli impianti idro sono voluti dallo Stato, che eroga incentivi economici alle Società che li attuano, e tutelati dalla vigente normativa in materia, tanto è che per negare l’autorizzazione occorre dimostrare parecchie cose.

In particolare, per i siti come la Valle Vertova, che per interesse naturalistico richiede un’attenta valutazione e studio di incidenza (allegato della VIA). Per comprendere meglio di cosa si tratta, consultare il sito:

http://www.miniambiente.it/pagina/la-valutazione-di-incidenza

Peraltro molti progetti, anche se promossi dal GSE, non possono essere socialmente nè economicamente significativi dal punto di vista della fornitura di energia elettrica rinnovabile al paese, come si prefigge il GSE ma, vista la sottrazione all’ambiente di siti pregiati, al contrario, sono solo una speculazione a fini di lucro.

Occorre quindi che gli Enti valutino attentamente quei progetti che hanno una ripercussione complessivamente positiva circa la produzione di energia, e quelli che invece sottraggono siti di pregio alla fruizione della popolazione con una valutazione di incidenza negativa, e perciò rifiutati.

In questo caso lo studio di incidenza è uno strumento importante. Le due domande di concessione alla derivazione in Val Vertova, sono ora archiviate, ma la Società, nel caso, non auspicabile, di esito a lei favorevole del ricorso al Tribunale delle Acque, avrebbero di nuovo valore attivo.

In questo caso la Società è tenuta comunque a inoltrare l’istanza di VIA per realizzare le opere di derivazione. Gli impianti si possono realizzare previa concessione alla derivazione da parte della Provincia.

Se invece la nuova richiesta avviene quando nella Val Vertova fosse attivato uno strumento quale SIC, ZPS, o PLIS, ovvero un sito già protetto da normativa, sarebbe molto più difficile la realizzazione.

Nel caso di fattispecie ad ora il territorio della Val Vertova non è supportato da tutela normativa.

Ma chi dispone la protezione di un sito?

Solo alcuni particolari situazioni fermano la realizzazione di impianti idro. Perciò occorre individuare la giusta modalità e strumento. Occorre che un ente territoriale (Comune, Provincia) o un’associazione avanzi proposta e richiesta con le motivazioni di protezione del sito stesso. Ed è opportuno che si porti a conoscenza la Regione Lombardia, la Sovraintendenza e perché no lo Stato attraverso il competente Ministero e l’Europa.

Una associazione ambientalista potrebbe essere stimolata a fare questo passo per la Valle Vertova?!

I giornali ed i media in generale possono contribuire indicando i pregi, la fruizione da parte della gente, il forte interesse naturalistico ambientale della Valle Vertova, con LO SCOPO DI PROTEGGERE LA VALLE DA INTERVENTI INCOMPATIBILI DI MODIFICA COME LE CENTRALINE.

Lo stesso Presidente della Provincia (viste le diverse conferenze stampa, e il riconoscimento dell’impatto delle oltre 11.000 firme raccolte e consegnate), che ha riconosciuto l’importanza della salvaguardia della Valle Vertova, potrebbe farsi capofila di una proposta, sollecitando i sindaci territorialmente coinvolti e una tra le maggiori associazioni per la salvaguardia del territorio, affinchè promuovano studi e proposte in merito alla protezione del sito.

Nel caso in cui ciò non dovesse essere realizzato, perché i Comuni coinvolti e gli enti non riscontrano un tornaconto diretto, nè politico nè economico, c’è il rischio di abbandonare ad un destino di scempio un sito stupendo le cui acque potabili scorrono creando un microclima unico, in un ambiente naturalistico di altissimo pregio.

Non vorremmo che i committenti delle centraline riuscissero ad ottenere le concessioni richieste avvalendosi di una carenza di tutela a causa di mancanza di volontà e di capacità degli enti pubblici interessati alla salvaguardia di un bene pubblico a piena disponibilità dei cittadini.

Comitato Val Vertova Bene Comune


(11.09.17) BERGAMO. SARA’ ALL’EDONE’ IL FORUM ALTERNATIVO AL G7 E SI CONCLUDERA’ CON UNA MANIFESTAZIONE CHE ATTRAVERSERA’ LA CITTA’

COMUNICATO STAMPA

Una delegazione della Rete Bergamasca per l’Alternativa al G7 è stata riceveuta dal sindaco di Bergamo nella mattinata di oggi a seguito delle richieste presentate al Comune in vista del Forum alternativo che proponiamo per il 14-15 ottobre, in contemporanea con il G7 dei ministri dell’agricoltura dei sette paesi più industrializzati. Il sindaco ha assicurato “piena agibilità” sia per quanto riguarda gli spazi necessari al Forum alternativo (previsto principalmente all’Edonè di Redona) sia per la manifestazione che concluderà il nostro meeting. La delegazione, guidata da Roberta Maltempi (coordinatrice della Rete) e di cui facevano parte anche Orazio Rossi (acli terra), Giovanna Borghetti (Bilanci di giustizia- Cittadinanza sostenibile) e Francesco Macario (ex assessore alle politiche della casa), ha quindi illustrato - al sindaco e nella conferenza stampa successiva - le tappe del percorso che con la nostra Rete dalla primavera scorsa ha visto attive molteplici realtà e movimenti della Bergamasca, da tutta l’Italia e anche dall’estero, sui temi della critica dell’agro-industria globalizzata e delle sue conseguenze sociali, economiche e ambientali e che si è concretizzato in numerosi iniziative pubbliche particolarmente partecipate e vissute. (allegati:adesioni appello maggio giugno settembre)
Come avvicinamento al forum di metà ottobre ci saranno altre nostre iniziative: per mercoledì 20 settembre (ore 20.45) è indetta una assemblea alla Biblioteca di Seriate dedicata a “(R)esistenza contadina e politiche di sviluppismo in agricoltura”, sulle Politiche agricole comunitarie (pac), i Piani di sviluppo regionali e la proposta di legge sulle agricolture contadine italiane; mentre il pomeriggio di sabato 23 settembre saremo presenti con un nostro contributo alla manifestazione promossa dal comitato No ParkingFara, che si snoderà in città da Piazza Matteotti alla Fara, convinti che sia doveroso mobilitarci per la salvaguardia di un bene comune della nostra città.
Nella serata di domani 12 settembre l’assemblea della Rete si riunirà per decidere nel dettaglio il programma della due giorni del forum, programma dettagliato che presenteremo pubblicamente alla stampa la prossima settimana.
“Stiamo entrando nella fase più intensa della nostra mobilitazione – ha dichiarato Roberta Maltempi – e constatiamo che mai dal G8 di Genova c’era stato da noi una così ampia aggregazione fra soggetti di diversa estrazione culturale, politica, religiosa. Associazioni e persone che si sono ritrovate nell’opposizione a modelli agricoli sbagliati e distruttivi, per la difesa dell’ambiente, dell’agricoltura contadina, del lavoro, per il diritto al cibo e per la sovranità alimentare. Vogliamo approfondire e rafforzare questo lavoro nella ricerca di soluzioni concrete, pratiche realizzabili, radicalmente alternative e che vedano ottobre solo come l’inizio di questo percorso; il nostro obiettivo non è nessuna zona rossa, ma una paziente ricostruzione di un’altra umanità possibile” (Bergamo, 11.09.17, Rete Bergamasca per l’alternativa al G7)

Le nostre precedenti info: qui