(10.10.16) VAJONT, 9 OTTOBRE 1963

di Myrna Cambianica


Un altro anno passato e la memoria si fa sempre più pigra.
Sono passati cinquantatré anni da quella sera, quando un pezzo del Monte Toc è scivolato, senza molta sorpresa, nel profondo lago imprigionato nella diga. Duecentosessanta milioni di metri cubi di roccia cascano nel lago sollevando un’onda di cinquanta milioni di metri cubi. Di questi cinquanta milioni, “solamente” la metà scavalca la diga, ma è comunque sufficiente a cancellare la storia di cinque paesi.
Longarone. Pirago. Rivalta. Villanova. Faè.
1.917 morti.
Tanti morti non si dimenticano facilmente.
O, per lo meno, così dovrebbe essere.
Ogni 9 ottobre non riesco a non pensare a loro, sperando che le 22.39 passino in fretta: è difficile ricordare qualcuno quando si è i soli nel farlo.

La storia del Vajont è la cronaca di un morte annunciata ma non ascoltata. E’ una storia di soprusi e di violazione di diritti, di arroganza e di sfrenato capitalismo, di criminalità e proclamata innocenza; è una storia di terre espropriate e di ribellioni soffocate, del grande contro il piccolo, dello Stato contro una valle.

Per questo ogni 9 ottobre penso anche a Tina Merlin.
Una donna, un’antifascista e una giornalista che, per cercare di salvare tutte quelle vite poi sepolte nel fango, ha combattuto contro un nemico più grande di lei, fino alla fine. Si è sentita in colpa, dopo il disastro, come scrisse con rimpianto ai superstiti: “Io non riesco a dimenticare. Il Vajont mi ha profondamente cambiata, tanto da farmi scrivere il giorno dopo la catastrofe che mi sentivo in colpa per non aver fatto di più per impedire il compimento della tragedia. Eppure, avevo fatto del mio meglio. Ero stata con voi nelle lotte, avevo scritto diversi articoli, per questo avevo subìto un processo. Ma mi sentivo lo stesso in colpa”.
Un senso di colpa profondo ed ingiusto, dal momento che il numero dei morti sarebbe potuto essere molto più alto: senza le sue denunce, tutte quelle famiglie fuggite da Longarone, oramai private dei terreni e ridotte in miseria, sarebbero morte.
Queste famiglie si sono salvate anche grazie lei.
La sua ribellione al sistema rimarrà per sempre l’unica forma di giustizia donata alle vittime del Vajont e ai loro parenti sopravvissuti.

Il suo animo di staffetta partigiana le ha permesso di non retrocedere di fronte al potere arrogante dello Stato, la sua anima di giornalista di documentare nei minimi particolari la storia del Vajont.
Colpe.
Crimini.
Responsabilità.
Con la sua caparbietà ha lottato per difendere una valle, per salvaguardare i diritti e la vita di migliaia di cittadini, messi all’ultimo posto dalla sete di potenza e di profitto di pochi potenti.
Ha cercato di impedire che la SADE (Società Adriatica di Elettricità), in nome della concessione governativa a costruire il grande bacino e la diga ritenuti “di pubblica utilità”, confiscasse ingiustamente i terreni dei contadini. Perché le cose funzionavano così: accompagnati dai carabinieri con tanto di carte di esproprio tra le mani, gli addetti della SADE minacciavano i poveri contadini di dimezzar loro i prezzi dei campi se non li avessero venduti il prima possibile. E al primo cenno di ribellione, sarebbe scattata la vendita forzosa.

“Che cos’ è la vendita forzosa?”
“Vuol dire che ti portano via la terra e ti mettono i soldi in banca, quelli che vogliono loro, senza trattative. Dopo devi dimostrare alla banca che la terra è tua”.
“Ma la tera l’è mea!”
“Ma sei andato dal notaio quando è morto il nonno?”
“Ma no … lo san tutti in paese che la terra è nostra, cossa serve regalar schei al notaio?”
“Ma dimostralo a una banca, testa dura!”

Una volta acquisiti o espropriati i terreni, la diga iniziò ad essere costruita. Velocemente.
Ma la sconfitta iniziale non provocò in Tina la minima volontà di arresa.
Le bastò poco tempo per rialzarsi e denunciare, tramite l’Unità, la presenza dell’ enorme crepa a “M” sul Monte Toc, tenuta nascosta da chi voleva aggiungere sempre più acqua all’interno della diga.
Il Monte Toc.
In Veneto “toc” significa “pezzo”, ma in Friuli “patòc” significa “marcio”.
Il geologo Giorgio dal Piaz e l’ ingegner Carlo Semenza hanno approvato il progetto di una diga poi costruita tra il “monte che salta” e “il monte pezzo marcio”, addosso ad un torrente che si chiama Vajont, dal ladino “va giù!”.
“Monte che salta”, “Monte pezzo marcio” e “Va giù”.
Ma i nomi non contano molto. Contano i fatti e le parole, soprattutto quelle scritte da un geologo ad un ingegnere in riferimento al progetto di una diga:

“Le confesso che i nuovi problemi prospettati mi fanno tremare le vene e i polsi!”
(Giorgio dal Piaz in risposta a Carlo Semenza).

La relazione geologica,comunque, G. dal Piaz la firmò lo stesso.

Tina Merlin sapeva, e ha sempre reagito.
“Ma insomma, la volete difendere questa valle, è la vostra valle,organizzatevi!” ha urlato ad una delle ultime feste del paese Erto-Casso, i due piccoli borghi situati all’imbocco della vallata, sul Monte Salta.
In principio non è che fosse molto considerata: scriveva per l’Unità e quel giornale in valle vendeva sì e no sette copie; ma la sua caparbietà e la sua voglia di lotta e giustizia hanno reso possibile l’organizzazione degli abitanti della vallata, riuscendo a trasformare la loro paura in tenacia contro un nemico giudicato troppo grande e potente per un popolo così piccolo.
Ha continuamente smascherato dati fasulli di scienziati ed ingegneri, ben pagati dalla SADE, urlando che quel pezzo di montagna presto sarebbe caduto nel lago. E’ stata persino denunciata per “diffusione di notizie false e tendenziose atte a turbare l’ordine pubblico”: la sua affermazione che la SADE non era altro che una specie di “Stato nello Stato”, dal momento che faceva quello che aveva voglia, non fu particolarmente apprezzata da chi, quella diga, la voleva sfruttare ad ogni costo.
Sono sicura che avrebbe preferito avere avuto torto quando, la notte del 9 ottobre di 53 anni fa, si trovò davanti a 1.917 morti, 1.917 morti che ancora oggi non hanno ricevuto giustizia.
Ecco perché:
Francesco Penta e Luigi Greco, rispettivamente geologo e Presidente del consiglio superiore Lavori Pubblici, sono morti prima della sentenza.
Mario Pancini, Direttore dell’ Ufficio lavori del cantiere, si è tolto la vita.
Alberico Biadene e Francesco Sensidoni, ingegneri della diga, sono stati riconosciuti colpevoli e condannati a cinque anni di reclusione, entrambi con tre anni di condono.
Pietro Frosini, membro della Commissione di Collaudo, e Almo Violin, capo del Genio Civile di Belluno, sono stati assolti per insufficienza di prove.
Roberto Marin, Direttore generale dell’ Enel-Sade, e Dino Tonini, capo Ufficio Studi della Sade, sono stati assolti perché il fatto non costituisce reato.
Augusto Ghetti, responsabile studi sul modello della diga, è stato assolto per non aver commesso il fatto.
L’ Enel ha dovuto risarcire il comune di Longarone.

Non si può fare molto, oramai.
Si può solo ricordare e, purtroppo, ci stiamo dimenticando di fare anche questo.
Dovremmo smettere di cadere in semplici commemorazioni, con gli anni spariscono diventando un piccolo promemoria nelle nostre vite affollate. Dovremm
o ricordare, ricordare e reagire.
Per Tina Merlin il tempo di piangere doveva finire, per lasciar spazio al tempo di imparare qualcosa: un pensiero amaro, forse cosciente che questo mondo
non è riuscito, e mai riuscirà, a reagire di fronte a migliaia di corpi innocenti, sepolti da un’onda d’acqua piena di vergogna e criminalità. Ma allo stesso tempo un suggerimento, che ha scavalcato anni per giungere a noi, a noi che dobbiamo smettere di dimenticare per poter continuare, sempre, ad imparare qualcosa.

“Il Vajont sta assumendo un’altra dimensione per la coscienza pubblica: è divenuto un luogo turistico da visitare. Con curiosità, forse con pietà, mai con ribellione” Tina Merlin, 19.08.1926-22.12.1991. Giornalista, scrittrice e partigiana.