(21.09.16) BERZO SAN FERMO (bg). BERZO E’ UN BEL PAESE (di Myrna Cambianica)

Berzo è un bel paese.
Ha i suoi difetti, per carità. Siamo sinceri: non c’è molto divertimento, se non hai una macchina rischi di morire di depressione, se il lunedì mattina rimani senza sigarette (e non hai una macchina) sei spacciato, la vita notturna è organizzata dalla crew della briscola e a meno che non si opti per un rave party in qualche fattoria, il torneo di bocce è l’unica alternativa alle carte. Nemmeno la gente mi va tanto a genio, un po’ chiusa e troppo pettegola per i miei gusti, ma quella, se si vuole, la si può evitare.
No, Berzo è bello perché offre un paesaggio incredibile, è chiamato la “terrazza della Valcavallina” (cosa di cui andiamo molto fieri) e la corona di monti freschi che ci circonda le spalle ci fa sentire protetti. Forse troppo. Berzo è bello anche per i suoi infiniti prati verdi, quel profumo di autunno e di primavera che ti entra in casa, per le diverse tonalità di verde dei campi e l’attraente stradina di sassi che ti fa ricordare ancora cosa sia la genuinità.
Quindi, mi chiedo: a cosa serve quel muretto spuntato dal nulla e nemmeno fatto tanto bene, oltre ad intrappolare un campo spogliandolo dalla sua bellezza?
Ho chiesto in giro, un po’ pettegola lo sono anch’io, e le risposte sono state infinite e svariate. La più probabile sembra quella del deposito di materiali. Fantastico! Ma non è importante: qualunque sia la ragione, il muro ormai è stato costruito e fa veramente schifo (il costruttore mi perdoni!).
In realtà sembra una sorta di continuazione dell’ennesima villetta che stanno costruendo di fronte a casa mia; avete presente? la classica villetta che va tanto di moda in questi anni e che tende a trasformare i paeselli contadinotti in periferie borghesi per chi non vuole vivere nella “caotica” Bergamo.
So già che tra qualche mese uscirò dal mio cancello e mi vedrò stampato davanti agli occhi un nuovo quartiere: muri color pastello, giardini con l’erba controllata al millimetro che guai passarci sopra, ulivi, siepi proteggi privacy (dopo aver costruito la casa a pochi centimetri dalla mia) e un piccolo cane per coronare il quadro perfetto dell’ordine. Ma tutte quelle case abbandonate a favore delle villette e lasciate vuote con un bel cartello VENDESI appeso al terrazzo, che fine faranno? La storia la conosco già, ma pormi domande mi rincuora sempre.
Sappiamo tutti che oggi costruirsi una villetta è quasi d’obbligo. Per chi può permetterselo, ovviamente. E poi, che pretendo? L’occasione viene offerta su un piatto d’argento: i saggi contadini invecchiano, la vendemmia diventa un peso e l’orto non soddisfa più, poi ci si mette anche qualche nubifragio e via! la voglia di tenere un campo sparisce. E lo si vende.
Nulla da rimproverare ai saggi contadini.
Ma una domanda mi perseguita: perché un campo “vuoto” deve per forza essere “riempito?”
Perché la mania irrefrenabile di costruire, costruire e costruire ha conquistato anche questo paesello così amico della Coldiretti e persino interessato ancora alla vendita di prodotti a chilometro zero?
Il connubio villette-prodotti chilometro zero non è che mi convinca molto.
Fermatevi.
State distruggendo la bellezza che rende il paese unico nell’intera vallata.
Fermatevi.
Dopo i campi distrutti rimangono solo i pettegoli.
Tenetevi le vostre angosciose villette e lasciatemi l’insopportabile odore mattutino dei bisognini degli animali che qualcuno butta a tradimento nei campi vicini ( e ho detto tutto).
Che senso avrà svegliarsi alla mattina, uscire di casa e non vedersi più la strada di sassi stretta e minuta fuggire libera davanti ai tuoi occhi, contenta di fornirti una scorciatoia in mezzo ai campi? Ci sono caduta un sacco di volte in bicicletta, è giusto che anche i nuovi giovincelli vivano la stessa esperienza: cadere sull’asfalto non è così edificante come cadere sui sassi, le ferite da mostrare orgogliosamente ai genitori non sono uguali.
Io, per quella stradina, sono disposta a scatenare una guerra civile.
Fermatevi.
Costruire a sproposito significa distruggere e chi fa sì che il cemento vinca su un bel prato verde si sta rendendo complice della scomparsa di tradizioni e ricordi, di antiche fatiche e lontane storie.
E i suoi abitanti, anche i pettegoli, così attaccati alle tradizioni quando si sentono in vena, dovrebbero finalmente capirlo.
Berzo è campo. Berzo è collina. Berzo ha solo un minuscolo negozio di alimentari e un bar. Berzo è l’angoscia di chi non ha una macchina. E’ l’imprecazione degli amici che per raggiungerti devono fare trenta chilometri. Berzo è profumo di natura, è la volpe che ti trovi davanti al cancello alla sera. Berzo è il terrazzino della chiesetta circondato dal nulla che impera sulla vallata.
Berzo è terra.
Berzo è bosco.
Non è villetta.
Non è cemento.

(21.09.16 - Myrna Cambianica)