San Paolo d’Argon e dintorni - Paesaggi e storia

Foto e schede: QUI


FESTA IN ROSSO 2015

a QUINTANO (frazione di Castelli Calepio - bg) da Mercoledì 2 settembre a Domenica 6 settembre 2015

Piazzale vicino all’ARCI - Via della Conciliazione

A cura dei Circoli di Rifondazione Comunista della Valcavallina e della Valcalepio - per comunicazioni: tel. 333.8737525 (Claudio)

Tutte le sere: cucina, bar, stand libri, giochi, banchetti delle associazioni

PROGRAMMA (in aggiornamento)

Mercoledì 2 settembre
Ore 19.00: Apertura della Festa
Ore 21.00: Claudio SALA (segretario del circolo Prc-Valcalepio) presenta i temi della Festa

Giovedì 3 settembre
Ore 21.00: Presentazione della ristampa del libro “Il partigiano Bibi” di Giuseppe Brighenti “Brach”, con Andrea BRIGHENTI (presidente Anpi - Endine Gaiano) e Cristiano POLUZZI (Giovani Comunisti - Bergamo)

Venerdì 4 settembre
Ore 21.00: Concerto dal vivo con MARIO SERRAGLIO - folk europeo

Sabato 5 settembre
Ore 21.oo: concerto del gruppo LADRI DI POLLI - Tributo a F. de Andrè e altro

Domenica 6 settembre
Ore 12,30: Pranzo Popolare (prenotazioni presso la cassa della Festa oppure telefonando a 338.9759975-Maurizio)
Ore 21,00: Comizio di EZIO LOCATELLI della segreteria nazionale di Rifondazione Comunista

  • Solidarity4aall: Campagna di solidarietà dal basso a sostegno del popolo greco. Vendita magliette per acquistare medicinali da inviare alle reti sociali di Syriza

  • BANCHETTO per  * iscriversi a Rifondazione Comunista e ai Giovani Comunisti * iscriversi alle mail list di Prc-Valcalepio, Prc-Valcavallina, Federazione provincialeinformazioni e materiali sull’attività e l’iniziativa politica di Rifondazione Comunista nei nostri territori
  • Spazio Anpi Valcalepio-Valcavallina
  • Spazio Sportello Sociale-Unione Inquilini e altre associazioni

Volantone della Festa: QUI


    CESARE PAVESE

    Santo Stefano Belbo, 9 settembre 1908 – Torino, 27 agosto 1950

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    FERDINANDO NICOLA SACCO

    Torremaggiore, 22 aprile 1891 - Charlestown, 23 agosto 1927

    BARTOLOMEO VANZETTI

    Villafalletto, 11 giugno 1888 - Charlestown, 23 agosto 1927


    (14-23.08.15) TORRE BOLDONE (bg). STRISCIONI E BANDIERE ALLA FESTA DI LIBERAZIONE

    Torre Boldone - FESTA DI LIBERAZIONE - fino a domenica 23 agosto 2015 - Viale Lombardia (spazio feste presso impianti sportivi)

    Altre foto: QUI


    (14-23.08.15) TORRE BOLDONE (bg)

    …….

    TUTTE LE SERE DA VENERDI’ 14 A DOMENICA 23 AGOSTO:

    SERVIZIO RISTORANTE - PIZZERIA  - BAR - SPAZIO COCKTAIL - LIBRERIA - SPAZIO ASSOCIAZIONI - MUSICA - SPETTACOLI - DIBATTITI

    ……….

    Spazio feste presso gli impianti sportivi (viale Lombardia) di Torre Boldone

    DOMENICA 16 AGOSTO

    Palco centrale, ore 21.00:ARCOBALENO” - Serata di ballo liscio e non solo

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    * Tutte le sere, da venerdì 14 agosto a domenica 23 agosto, dalle ore 19.30 alle ore 22.00, presso il gazebo di Unione Inquilini all’entrata della Festa di Liberazione di Torre Boldone - spazio feste impianti sportivi di Viale Lombardia

    Si ricorda che gli sportelli di U.I. presso le sedi di Bergamo e Treviglio sono invece chiusi per tutto il mese di agosto. Per comunicazioni: tel. 339.7728683 (fabio)

    Diritto alla casa, le nostre precedenti info: qui


    (10.08.15) ENDINE. PER RICORDARE l’ON. GIUSEPPE BRIGHENTI (PARTIGIANO “BRACH”) E LA RESISTENZA

    “Il prossimo 10 Agosto 2015 ricorre il diciannovesimo anniversario della morte di Giuseppe Brighenti per amici e compagni il Partigiano Brach da quando, ventenne, partecipò alla lotta di liberazione dal na­zifascismo nella 53a Brigata Garibaldi “Tredici Martiri di Lovere”.
    Da allora, nei lunghi anni dell’impegno sindacale e parlamentare prima e poi in quello politico e amministrativo, l’insegnamento di Giuseppe Brighenti non è stato solo nelle parole, per altro sem­plici e chiare che egli rivolgeva soprattutto ai giovani, ma nell’esemplare direzione partecipazione alle lotte sociali e politiche per dare attuazione alla Carta Costituzionale che egli,come la gran parte dei combattenti nella Resistenza antifascista, considerava non solo come l’eredità più alta di quella vicenda storica, ma un patto concluso tra uomini liberi a fondamenta delle conquiste di libertà, di democrazia e di uguaglianza che sarebbero state perseguite.

    Oggi il nostro Paese è scosso da tensioni che sono alimentate dalla pesante crisi economica e dalla debolezza delle risposte delle istituzioni pubbliche, mentre in Italia e nell’Unione Europea si mani­festano nuove forme di nazionalismo. In esse trovano terreno fertile le forze della destra fascisteg­giante, che seminano odio e agitano paure irrazionali contro cittadini stranieri immigrati e quanti chiedono rifugio fuggendo dalle guerre e dalla miseria dei paesi d’origine.
    Questa forze nascondono così le loro responsabilità di governo degli ultimi vent‘anni che sono tra le cause della crisi e che hanno messo in discussione, riducendoli, i diritti sociali dei cittadini italiani a cominciare dal diritto al lavoro che a tanti, soprattutto ai giovani, è ancora negato.

    La Sezione ANPI di Endine Gaiano ricorda Giuseppe Brighenti e la Sua Lezione di vita: avere sem­pre, in un orizzonte di ideali e di valori civili, una pratica incondizionata dell’onestà e della giu­stizia sociali sia nell’etica dei governanti come nella partecipazione dei cittadini per vincere la povertà e superare le diseguaglianze.

    Per questo la sezione ANPI, che è intitolata a Giuseppe Brighenti, partecipa e invita tutti alla cerimonia di commemorazione che si terrà presso il cimitero di Endine Gaiano (Bg) lunedì 10 Agosto 2015 alle ore 10.00.” (Anpi Endine Gaiano, il segretario Pasquale Lampugnani, il presidente Andrea Brighenti)

    Su Giuseppe Brighenti (1924-1996): qui


    (08.08.15) SAN PAOLO D’ARGON-ARCHIVO. “IL MAESTRO PICCHIAVA I BAMBINI. UN PIZZICO DI GIALLO A SAN PAOLO D’ARGON” (da L’Europeo n. 3/1958)

    “La storia è cominciata quando trentasei mamme del villaggio hanno vietato agli scolaretti di entrare in classe”

    Una vicenda accaduta nel nostro paese che - quasi sesssant’anni fa - raggiunse le cronache nazionali. A raccontarla il giornalista Gianni Roghi (cfr. wikipedia qui) sulla pagine del settimanale “L’Europeo”.

    Franco Orlando è un avvocato che, oltre a esercitare la professione in città, prende ogni giorno la sua millecento TV e va a fare il maestro elementare, per tre ore, in un paesino a una decina di chilometri, San Paolo d’Argon, sulla strada di Trescore. Le trentasei madri (più una, ma questa è astensionista) dei suoi scolari di terza non lo vogliono più vedere perché, dicono, è manesco. I bambini (meno uno, anzi una, definita crumira) sono in sciopero scolastico: o via il maestro o via loro. Il fatto è qui, e sarebbe poca cosa: una bega paesana. Ma ad andarci dentro è un romanzo giallo, e in un certo senso fa da termometro al malanno ormai cronico della nostra scuola.

    Il romanzo giallo comincia in una modesta casetta sul lago d’Iseo, a una ventina di chilometri da San Paolo d’Argon. Siamo a Castro, e qui abita il maestro Italo Gheza, direttore didattico della scuola di San Paolo. Egli dirige le novantasei scuole delle nove direzioni didattiche del secondo ispettorato scolastico.(Gli ispettorati scolastici della provincia di Bergamo sono tre, e ad essi sovrintende il provveditorato). Il maestro Gheza ci riceve con palese sospetto: cosa può volere un giornalista da lui? La sua casa di scapolo è priva di riscaldamento, ma addobbata nel più inaspettato dei modi: pelli di leopardo penzoloni, sciabole appoggiate alle poltrone, pugnali somali alle pareti, trofei, ricordi d’Africa ovunque. Il maestro, di età matura, pesa attentamente le parole e dichiara: “I genitori di quegli alunni cominciarono a lamentarsi col sindaco e il parroco verso la fine di novembre. Andai sul posto ed ebbi conferma delle voci. Le riferii al mio ispettore, la signora Giassi dottoressa Eugenia. La signora Giassi intervenne e si fece dare dichiarazioni scritte dalle madri. Questo avvenne il 13 dicembre. È tutto. Io non so più niente. Ubi maior minor cessat. Io sono uno dei tanti direttorucoli non conto”.

    “Da quanti anni”, chiediamo, “il maestro e avvocato Orlando insegna a San Paolo d’Argon?”. “Da tre. Io sono direttore soltanto da uno”. “Nell’anno in cui lei è stato direttore, cioè nel 1956-57, ha avuto da lamentarsi del maestro Orlando?”. “No. Era ineccepibile. Gli ho anche dato la qualifica finale di “buono”". “E come mai, allora, lei inviò al provveditore un rapporto così duro sull’operato del maestro Orlando?” Il direttore si sorprende: chi ce lo ha detto? Osserviamo che sta scritto sui giornali. Il direttore, costernato, dice che ormai è tutto di competenza del signor provveditore. “Ma com’è possibile”, proviamo a insistere, “che lei abbia qualificato per “buono” un insegnante dopo averlo così gravemente accusato?”. “La qualifica di “buono”", risponde il direttore, “si dà a tutti. Dopo il “buono” c’è solo il “mediocre” e 1′ “insufficiente”, ma sono per i casi gravissimi”. Chiediamo allora se egli seppe della querela stilata contro di lui dall’avvocato (e maestro) offeso. Sì, risponde il direttore Gheza, ma l’intervento del provveditore valse a far recedere l’Orlando dal proposito.

    Usciamo dalla casa africana e gelida senza la chiave del piccolo enigma. Il direttore ci congeda ripetendo che lui non c’entra più: ubi maior, eccetera. Andiamo al fatto, a San Paolo. È un paesino di millesettecento abitanti, poco discosto dalla provinciale Bergamo-Lovere. Ecco la scuola, grigia e povera. Veniamo a sapere che vi insegnano tre maestre e due maestri: l’Orlando e il sindaco Giuseppe Rondi. Dunque il sindaco, al quale sono giunte le prime lamentele delle madri, è anche il collega diretto del maestro imputato.

    Il clima del paese è decisamente avverso all’avvocato e maestro Orlando. Forse perché arriva alla scuola in macchina? “Per me”, dice la signora Pezzotta, il cui figlio fu “ingiustamente” bocciato lo scorso anno dal maestro, “per me potrebbe venire anche con l’autista. Cosa importa? Ma se venisse con la corriera, almeno sarebbe puntuale!”. Forse perché l’Orlando è meridionale, di Cosenza? “Macché”, dice la signora Cortinovis, “anche i meridionali possono insegnare. Ma che insegnino! E che non bastonino i nostri figli!”. Le altre madri aggiungono ciascuna la sua. I padri fanno da schieramento dietro le prime linee femminili, uno schieramento compatto. Poi, si sa, c’è un pizzico di montatura: “Un bambino ha detto che il maestro lo ha minacciato di tirarlo sotto con la macchina”, dice uno dei padri. “Se lo dovessi sentire io, lo ammazzo”.

    Il pasticcio è cominciato dai primi giorni di scuola, in novembre. Alcuni bambini, dall’età media di otto anni, tornarono a casa impauriti, raccontando di essere stati picchiati. Carlo Trapletti assicura di aver ricevuto un pugno sul naso dal maestro il giorno 21 novembre: e il naso fece sangue. Lo ha confermato anche a noi, mostrandoci il gesto del pugno sul naso con mimica espressiva. Renato Allievi fu preso per il collo e si pigliò dei pugni nel petto, Giuseppe Magri ricevette vergate, sempre secondo le testimonianze degli interessati e le conferme dei compagni. Infine capitò a Sergio Cortinovis, un tipo dai capelli rossi, figlio di un muratore che si guadagnò la medaglia d’argento come alpino in Jugoslavia. “Il maestro”, dice, “mi metteva in ginocchio per punizione. Un giorno mi ha legato con una sciarpa le mani dietro la schiena, e mi ha lasciato così seduto nel banco”. Il 22 novembre Sergio venne a casa con un grosso ematoma all’avambraccio destro: il maestro, disse, lo aveva picchiato con una verga. Motivo: chiacchierava con il compagno di banco. I genitori persero la pazienza e andarono a protestare dal sindaco maestro, il quale li mandò ai carabinieri. Il medico condotto aveva rilasciato intanto il certificato necessario. Denuncia per percosse, dunque, che giace ora sul tavolo del pretore.

    Questi fatti, congiunti alle lamentele di vario genere sul comportamento del maestro in quanto “pessimo insegnante”, suggerirono allo stesso Orlando di chiedere un temporaneo congedo fino alle vacanze natalizie. I superiori furono d’accordo. Ma quando l’Orlando tornò in classe, il 7 gennaio, la trovò deserta; i ragazzi avevano spiato, nascosti, la stradina in terra battuta che conduce alla scuola: appena videro, anziché la amata signorina supplente di Bergamo, la odiata millecento TV, se la diedero a gambe. La scena si ripetè il giorno dopo. Il giorno 9 arrivò il direttore didattico, il maestro Gheza, e le madri marciarono sulla scuola per dirgli chiaro e tondo che doveva decidersi: o l’avvocato o i loro figli. Fu un quarto d’ora burrascoso, poiché nella scuola c’era anche l’avvocato in persona, che potè tuttavia allontanarsi seguito soltanto da epiteti. “Non gli abbiamo torto un capello”, afferma una madre, con una specie di orgoglio per dimostrato civismo. Quel giorno stesso giunse anche l’ispettrice, compì l’inchiesta, e da allora il maestro Orlando non si è più presentato a San Paolo. Domenica ha ricevuto una telefonata dalla ispettrice, che gli ha riferito “il consiglio” del provveditore: stia a casa fino a nuove comunicazioni.

    Prima di andare a sentire il maestro Orlando, abbiamo sentito qualche altra campana di paese. Si afferma concordemente che, nonostante la famosa TV, il maestro era quasi sempre in ritardo, e che nella sua attesa gli scolari erano abbandonati a loro stessi; che durante le lezioni era capace di alzarsi, partire, andare a prendere il giornale a Trescore (alcuni chilometri lontana), tornare e mettersi a leggere; che non si dava pensiero per i libri di testo; e così via. Il medico condotto, il dottor Mazzoleni, ci ha confermato inoltre la serietà del colpo subito da Sergio Cortinovis. “Si trattava di una ecchimosi di non lieve entità”, ci ha detto. “L’ho definita guaribile in cinque giorni, ma confesso che attenuai il referto per non danneggiare troppo un professionista, come è in fondo l’avvocato in questione. In realtà, i giorni avrebbero dovuto essere di più. Non posso definire con certezza la causa dell’ematoma, tuttavia il segno era così netto da poter venire facilmente attribuito a un colpo di bastone o di verga. Del resto, non è la prima volta che delle madri di San Paolo sono venute da me per lamentarsi di percosse subite dai loro figli da parte dell’Orlando. So per esempio del pugno sul naso al piccolo Trapletti e di altri episodi spiacevoli”.

    Il maestro Orlando ha insegnato tre anni a San Paolo. Nel primo di questi fu al patronato ecclesiastico di San Vincenzo, dove vengono educati bambini bisognosi. Il direttore del patronato, don Avogadro, un prete anziano, ci ha detto che non ebbe da notare intemperanze manesche. “Tuttavia”, ha soggiunto, “non ero contento per l’insegnamento: l’Orlando era discontinuo, distratto, spesso assente”. Fu l’Orlando stesso a chiedere il trasferimento alla vicina scuola comunale.

    Ed eccoci in casa Orlando, un piccolo appartamento di una «Ina-casa», in cui l’avvocato abita con la moglie, due figli: una bimba di due anni e un piccolo di alcuni mesi e una domestica. Lo studio dell’avvocato è in posizione centrale di Bergamo bassa e la guida telefonica riporta entrambi gli indirizzi. L’uomo è piccolo, magro, un po’ in calvizie, fumatore. Il suo accento meridionale è forte, nonostante egli eserciti la professione forense a Bergamo dal 1947. E’sui trentacinque anni, ha un piglio polemico, sicuro di sé. Afferma di essere un avvocato arrivato, con clienti importanti, tra i quali una grossissima ambasciata.

    Cerchiamo da lui, ora, la chiave dell’enigma: perché il direttore didattico Gheza inviò quel rapporto al provveditore? Perché, in seguito, si rimangiò il giudizio e ripiegò sulla qualifica di “buono”? L’insegnante Orlando, ora più avvocato che mai, squaderna varie cartelle con documenti, che ci invita a fotografare. “Sono le prove”, dice. Egli non sa, tuttavia, perché il direttore Gheza inviò il famoso rapporto. “Io sono stato affetto da esaurimento nervoso, l’anno scorso”, aggiunge, “e ho dovuto stare assente da scuola molto tempo, qualche mese. Non fui creduto, venni sottoposto a tre visite fiscali. L’esito fu sempre a mio favore. Per mio conto, fra l’altro, mi feci visitare dal professor Carlo Berlucchi, direttore della clinica neurologica dell’università di Pavia. Guardi qui”, e ci mostra l’attestato, “”Grave esaurimento, tre mesi di riposo”. È in data 20 marzo 1957. Ebbene, il rapporto del direttore Gheza è in data 1° giugno, dopo l’ultima visita fiscale. Il direttore didattico non ha tenuto in alcun conto il parere del medico provinciale, cioè dello Stato”.

    L’avvocato Orlando ci fa vedere la copia del rapporto, redatto in varie pagine dattiloscritte. In esso il direttore Gheza riferisce di un colloquio avuto con l’Orlando, ritenuto estremamente offensivo per certe risposte ricevute. Abbiamo letto qua e là, mentre l’avvocato sfogliava, la parola “intimidazione”, sottolineata. L’avvocato ci consente infine di leggere la frase in cui il direttore Gheza lo definisce “incosciente parassita della scuola”. “Ed ecco la mia querela”, ci dice Franco Orlando. “È vero che lei la ritirò per intervento del provveditore?”, chiediamo. L’avvocato smentisce violentemente. “Quando il direttore Gheza seppe”, dice, “che facevo sul serio, si fece, sotto la pioggia battente, una decina di chilometri a piedi per andare a chiedere l’intercessione di un comune amico, il reverendo arciprete don Giovanni Maria Bellini di Sotto Collina, nonché degli insegnanti Rocca e Lazzaroni, i quali mi convinsero a non farne nulla, per buon vivere. Infine, in settembre, mi arrivò la qualifica di “buono”".

    Il romanzo giallo si chiude, almeno per chi sta fuori, con un punto interrogativo. È un mezzo mistero la storia del rapporto scandaloso, un mistero pieno come, dopo due mesi dall’averlo inviato, l’insegnante definito parassita abbia potuto essere dichiarato “buono”. Un mistero come, dopo un rapporto di quella fatta, non sia stata ordinata una inchiesta, e il maestro abbia potuto proseguire la sua attività come nulla fosse. C’entra forse la politica? Ne sono convinti diversi personaggi del romanzo di San Paolo e circondario.

    Quanto ai fatti spiccioli, che in questa vicenda rischiano di venire dimenticati, l’avvocato e maestro Orlando è deciso: è vero che ha fatto inginocchiare qualche volta i ragazzi, per punizione; è assolutamente falso tutto il resto. Falso è l’episodio del ragazzo legato nel banco, balorde le affermazioni che egli abbia picchiato degli scolari. “E’ tutta una montatura”, dice. “La realtà è che in quella scuola sono quasi tutti ignoranti e fannulloni, e che io sono l’unico a pretendere lo studio e la disciplina. Anche l’anno scorso dovetti lamentarmi presso i superiori per lo scarso rendimento della scolaresca, la classe quarta. Per le bocciature che stavano per fioccare ricevetti innumerevoli pressioni dai genitori che sapevano in pericolo i propri figli. A ottobre dovetti persino rifiutare,con sdegno, delle offerte di regali”.

    “Aveva una verga in classe?” chiediamo a conclusione del colloquio. “Sì, ma lunga due o tre spanne, per indicare sulla carta geografica. Non è una verga con cui si possa picchiare”, conclude tecnicamente l’avvocato Orlando. Questa verga è stata sequestrata, intanto, dal maresciallo dei carabinieri di Trescore.

    Ora, la vicenda verrà dipanata in due sedi: in pretura, per le percosse al piccolo Cortinovis, e in provveditorato, ove il Consiglio di disciplina dovrà decidere sulla colpevolezza dell’insegnante in quanto tale. Il provveditorato ha infatti avvertito per lettera l’Orlando che, dopo i fatti accaduti, egli deve ritenersi sotto inchiesta. Entro venti giorni, come vuole la procedura, il maestro dovrà giustificarsi per iscritto.Dovrà cioè rispondere sia alle accuse di scarsa dedizione alla scuola, sia a quelle di maltrattamenti. Il Consiglio di disciplina è formato dal provveditore, da un magistrato designato dal tribunale, da un ispettore scolastico, un direttore didattico e un insegnante elementare. Questi ultimi non devono naturalmente appartenere al medesimo ispettorato dell’imputato. Il Consiglio di disciplina delibera in sede amministrativa, e le sue sentenze punitive vanno dalla censura alla sospensione dello stipendio per qualche mese. La più grave, è il licenziamento.

    Franco Orlando si dice sicuro delle proprie carte. “Contro di me possono testimoniare solo bambini. E’ un controsenso legale. I miei accusatori non hanno prove. Non bastano dei lividi: bisogna provare che li ha causati un bastone, e che quel bastone era in mano a una data persona. Le chiacchiere non sono sufficienti”. Ma egli passerà, dice, al contrattacco: querelerà a sua volta Riccardo Cortinovis, il padre muratore del piccolo Sergio, e “tutti gli altri eventuali responsabili”.

    Dicevamo, in principio, che questa storia paesana (ma non tanto, forse) fa da termometro a un malanno cronico della nostra scuola. In Italia è infatti lecito fare gli insegnanti e, contemporaneamente, un altro mestiere. Ci sono insegnanti che fanno i veterinari, i farmacisti, i geometri e così via. Né vi è da gridare allo scandalo, se non dopo essersi scandalizzati degli stipendi percepiti dagli insegnanti stessi.

    È una vecchia storia. Ma è anche la radice dalla quale nascono le male piante delle lotte per il posto, del doppio stipendio, delle doppie attività, e magari degli esaurimenti nervosi che tolgono un maestro dalla cattedra per lasciarlo in un’aula di tribunale. Aumentare gli stipendi non si può, obbligare i maestri a vivere dei soli stipendi non si può neppure, le cose galleggiano finché la più piccola onda viene a dimostrare come la nostra scuola stia ormai per affogare. E’ sintomatico che nel 1957 sono cominciati, per la prima volta nella storia nazionale, gli scioperi scolastici. Di questo passo, chissà cosa ci riserba il 1958. (L’Europeo, 3/1958)

    San Paolo d’Argon. Storia. Documenti: qui


    (07.08.15) SAN PAOLO D’ARGON. ANCORA TRANSENNATA LA CHIESA DI SAN GIUSEPPE

    Ben 8 scomuniche si guadagnò il marchese Sforza Pallavicino per aver abbattuto 8 chiese nel corso dell’edificazione delle mura venete di Bergamo nella seconda metà del Cinquecento. Forse santa madre chiesa era meno severa con chi le chiese le lasciava semplicemente cadere per incuria, e certamente chi sta lasciando andare in malora la chiesa di San Giuseppe (“edificio di notevole interesse storico architettonico”, secondo gli allegati al Piano di Governo del Territorio) può ritenersi comunque al sicuro dalle tremende sanzioni che colpirono il generale Sforza Pallavicino. Certo è che l’edificio religioso posto all’incrocio fra Via Marconi, via Caravaggio e Via delle Piante e divenuto proprietà del Comune alcuni anni fa è stato transennato un’altra volta in quanto evidentemente pericoloso per i passanti. Colpisce che nella cattolicissima San Paolo d’Argon si lasci degradare una chiesa nei decenni scorsi adibita al culto, l’ultima sopravvivenza della grande Villa Salvioni, che inesorabilmente sacrificata alla speculazione edilizia è sparita ormai definitivamente anche dalla memoria collettiva. Il recupero dell’edificio è legato alla riqualificazione edilizia del comparto vicino ed è a carico dei privati quando vorranno dare corso ad abbattimenti e nuove edificazioni, che - secondo quanto previsto anche dagli strumenti urbanistici (cfr. la nostra scheda qui) - andranno a cambiare radicalmente quell’angolo del centro storico. Ma si sa, la crisi non invoglia molto a fare investimenti nel mattone. Nel passato remoto le istituzioni, da quelle ecclesiastiche a quelle secolari, in tempi di crisi attingevano dai propri patrimoni tesaurizzati per investire in chiese ed opere di fede e decoro anche per far lavorare i poveri e ravvivare così l’economia (e riprendersi poi quanto investito nella forma di tasse e/o prestigio, autorevolezza, potere). Si è sempre fatto così, ma ai tempi della Bce, del pareggio di bilancio e del Patto di stabilità, ciò è vietatissimo in tutti gli ambiti dello stato. Intanto per l’ennesima volta la chiesetta fatiscente di San Giuseppe resterà circondata da paletti e reti per chissà quanto tempo ancora.

    La altre foto: qui


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