(30.05.15) AZZANO SAN PAOLO. UNA FAMIGLIA RISCHIA DI FINIRE IN STRADA DOPO CHE SINDACO SI E’ RIMANGIATO LE PROMESSE

LA MOBILITAZIONE SOLIDALE (AL FEMMINILE) BLOCCA LO SFRATTO.

La famiglia di Issa, composta da moglie e 2 figli (uno di 5 anni e l’altro di pochi mesi), rischiava di finire in strada senza alcun sostegno da parte della Amministrazione comunale.
Issa è un operaio metalmeccanico disoccupato dal 2013, non è più riuscito a pagare l’affitto e ha subito loo sfratto. Sabato era la terza volta che l’ufficiale giudiziario tentava di buttarlo fuori da casa.
L’Amministrazione comunale aveva convinto Issa ad uscire dall’alloggio, a fronte della presa in carico della moglie e figli in una struttura di accoglienza per donne sole con minori. Questa, nella maggior parte dei comuni bergamaschi, rimane l’unico progetto di “aiuto” proposto a chi subisce uno sfratto per morosità, anche se non risolve niente e costa un sacco di soldi al comune (fino a 70 euro a persona).
Sembra però che, all’ultimo momento, anche questo “striminzito” progetto sia stato scartato e, pertanto, se fosse stato eseguito lo sfratto, la famiglia sarebbe finita in strada senza alcun aiuto.
Per questo, all’arrivo dell’ufficiale giudiziario e delle forze dell’ordine, è scattata la resistenza antisfratto, nel quale si sono particolarmente distinte per determinazione le amiche di Badietou, la moglie di Issa, incuranti degli epiteti razzisti con cui il proprietario di casa nel frattempo le insultava.
La determinazione di queste donne ha fatto desistere la polizia dal suo intento. L’Ufficiale giudiziario ha dovuto rinviare lo sfratto al prossimo 12 giugno, per permettere l’affluenza di un maggior numero di poliziotti per eseguire lo sgombero dell’alloggio.
“Lunedi mattina torneremo in Comune per parlare con il sindaco”, dichiara Davide Canto, attivista dell’Unione Inquilini, che non si dà per vinto: “Sia chiaro che lasceremo eseguire lo sfratto solo se sarà offerta alla famiglia una soluzione ragionevole. Gli sfratti non sono la soluzione alla crisi economica. Chiediamo di garantire il passaggio da casa a casa”. (a cura Unione Inquilini Treviglio-Bergamo, per comunicazioni tel. 339.7728683)

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* LA MOBILITAZIONE PER IL DIRITTO ALLA CASA CONTINUA: MENO SFRATTI, PIU’ CASE POPOLARI

Abderrahim è un ex-operaio, licenziato dopo una lunga lotta contro le cooperative di facchinaggio del gruppo LD (ex Lombardini) di Vignate e Capriate. Il sindacato Slai-Cobas infatti è stato in prima linea nella mobilitazione contro l’illegalità dei cambi appalto nel settore della logistica, che vede sempre più spesso la sostituzione, tramite il licenziamento dei lavoratori sindacalizzati, con operai precari e ricattabili.
Abderrahim, avendo perso il lavoro, non era più riuscito a pagare l’affitto. Poi era arrivato lo sfratto e tutto sembrava destinato a finire male. Invece le cose sono mandate diversamente.
Venerdi mattina, quando l’ufficiale giudiziario si è presentato scortato dalla polizia, ad aspettarlo erano presenti una cinquantina di persone, tra attivisti sindacali (Unione Inquilini, Slai-cobas e AsIA-Usb) e famigle sfrattate accorse a portare la solidarietà attiva.
Il presidio ha ottenuto il rinvio della esecuzione di 15 giorni.
La trattativa si è spostata nel Comune di Treviglio, presso i Servizi sociali. Dopo ore di trattativa gli attivisti sindacali hanno ottenuto che l’Amministrazione comunale si è impegnata a prendersi in carico la famiglia di Abderrahim che a breve sarà spostato in un alloggio che ospiterà, per un periodo di 9 mesi, tutto il nucleo famigliare.
La giornata di oggi dimostra che la resistenza e la solidarietà attiva possono trasformare una tragedia come è quella della disoccupazione e dello sfratto, in un momento di riscatto sociale. Adesso però le istituzioni di governo devono smetterla di alzare le mani dichiarandosi impotenti. Vogliamo che il Prefetto di Bergamo e le Amministrazioni comunali assumano i provvedimenti necessari secondo le rispettive competenze: la graduazione dell’esecuzione (il blocco) degli sfratti e la messa a disposizione di un numero maggiore di case popolari a partire da quelle tenute colpevolmente chiuse perché prive di manutenzione (a Treviglio sono circa 30). (a cura Unione Inquilini Treviglio-Bergamo, per comunicazioni tel. 339.7728683)

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Ieri durante il presidio antifascista al cimitero di Lovere ho potuto vedere per la prima volta il monumento ai caduti della Guerra di Liberazione nel Loverese.
C’erano i nomi dei Tredici Martiri e degli altri partigiani della 53a Brigata Garibaldi. Nomi che mi avevano insegnato da quand’ero bambino, primo fra tutti quello del Ten. Eraldo Locardi, che mio padre aveva conosciuto di persona.
In questo cimitero, col pretesto di due repubblichini che vi sono sepolti, i neofascisti ieri, come l’anno scorso e il precedente, volevano venire a fare la loro provocazione, con tanto di saluti romani, di fasci littori, croci celtiche e i loro slogan disumani, accanto alle tombe e al monumento dei caduti della Resistenza
Altro che innocui vecchietti che portano fiori alla tomba, come ha provato a convincermi – senza molto impegno, per la verità - il funzionario della Digos che incontro da molti anni ad ogni manifestazione.
Per inscenare sul lungo lago di Lovere la commemorazione dei due militi della famigerata “Tagliamento” uccisi dai partigiani e per raggiungere poi il Cimitero, scortati dalle forze dell’ordine (come era successo per due anni di fila), ieri i fascisti sono arrivati dal lago con il battello.
La piazza di Lovere (dedicata ai 13 Martiri) e, su in alto, il piazzale antistante il cimitero erano presidiati dagli antifascisti, come pure il lago, su cui si era avventurato un piccolo motoscafo noleggiato dai nostri per diffondere canzoni e musiche della Resistenza.
Il battello dei fascisti, raggiunto dalla motovedetta delle forze dell’ordine, è stato presto fermato e fatto tornare a Pisogne da dove era partito.
Quest’anno niente parata fascista a Lovere, quindi.
(C’è stata ancora, invece, oggi al cimitero di Rovetta. Purtroppo)
I giornali hanno raccontato e descritto quanto successo ieri a Lovere con sgradevoli accenti ironici. E’ sull’antifascismo che è stata costruita la Repubblica italiana e scritta la sua Costituzione, e noi ci teniamo a ricordarlo, come pure a ricordare e onorare i nostri morti, contro i fascismi vecchi e nuovi che stanno prendendo piede e contro una classe dirigente che quella Costituzione si sta apprestando a stravolgere, per altre avventure, sotto il segno esplicito della volontà di prevaricazione. Se i media fanno dello spirito, significa che sono un pezzo di questo disegno. (maurizio m., 24.05.15)

Foto monumento ai Caduti della Resistenza loverese: qui


(22.05.15) INTERPORTO DI MONTELLO. A PROPOSITO DEI SOLDI (PUBBLICI) BUTTATI NEL CESSO

I media bergamaschi (per esempio, L’Eco di Bergamo 19.05.15: qui) nei giorni scorsi hanno informato non senza enfasi che il fallimentare progetto di interporto di Montello, cancellato dopo un iter durato quasi trent’anni, si lascia dietro debiti che ammontano a circa 11 milioni di euro, distribuiti fra le società pubbliche e private che hanno partecipato alla Sibem, la società dell’interporto, di cui è stata decisa la liquidazione. Di questi soldi una quota non piccola è costituita da fondi pubblici, cioè di tutti, come quelli della Cobe (la finanziaria del Comune di Bergamo), Provincia di Bergamo, Camera di Commercio, Trenitalia. Soldi pubblici che risultano così sperperati fra prebende ai consiglieri d’amministrazione, cause legali, deprezzamento delle azioni e quant’altro. Chi siano i responsabili di questi evidenti sprechi se lo chiedono anche alcuni politici, evidentemente già completamente immemori che il progetto di Interporto a Montello per decenni è stato entusiasticamente sostenuto da tutto il quadro politico (con la sola esclusione di Rifondazione Comunista), da tutte le associazioni imprenditoriali, nonché dai sindacati maggiormente rappresentativi. Per trent’anni le ragioni del buon senso provenienti dai comitati locali, dalle associazioni ambientaliste (come Italia Nostra), dai cittadini (che bocciarono seccamente l’interporto nel referendum di Albano Sant’Alessandro dell’autunno 1999), dalle amministrazioni locali sono state sistematicamente ignorate o aggirate. Curioso, anche se non originale, in questa operazione di annientamento delle istanze dei cittadini, il ruolo della Lega Nord che mentre a livello locale si diceva contraria, in Regione promuoveva tutti i provvedimenti che stravolgevano la legislazione precedente e aprivano la strada all’interporto, nonché a tante altre schifezze. Alla fine il progetto dell’interporto è fallito per conto suo, con i conseguenti sprechi che non poteva non tirarsi dietro un carrozzone tenuto in piedi per trent’anni. Come noto, siamo in tempi in cui il neoliberismo totalizzante considera il confronto con la democrazia espressa dai territori come una perdita di tempo e di denaro. La vicenda dell’interporto ci insegna invece che un po’ più di democrazia e un po’ meno di decisionismo avrebbero fatto risparmiare tempo e denaro. (22.05.15, Rifondazione Comunista - Circolo della Valcavallina e Federazione di Bergamo)

Interporto di Montello, le nostre precedenti info: qui


(23 - 24.05.15) LOVERE E ROVETTA. NO ALLE PARATE NEOFASCISTE! IN PIAZZA A LOVERE e ROVETTA

Contro le manifestazioni neofasciste in programma per questo fine settimana a Lovere e a Rovetta, partecipiamo e invitiamo a partecipare alle mobilitazioni promosse per il 23 e 24 maggio 2014.

SABATO 23 MAGGIO, LOVERE

  • Ore 14.00 - 18.00, Piazzale antistante il Cimitero, Mostra Antifascista in difesa della Costituzione Repubblicana (a cura L’Altra Europa Comitato Vallecamonica - Sebino)
  • Ore 15.00 - 17.00, Piazza 13 Martiri, Presidio Antifascista promosso dall’Anpi di Lovere (volantino), e dalle ore 17.00presentazione del libro di Angelo Bedotti “Banditen” presso la Libreria Mondadori in Piazza 13 Martiri (locandina)

DOMENICA 24 MAGGIO, ROVETTA

  • dalle ore 10.30, in Piazza Ferrari, Giornata di riflessione sui valori della Resistenza e sugli ideali della nostra Costituzione democratica. Con il coro Pane e Guerra e Corrado Guaita, partigiano deportato e sopravvissuto ad Auschwitz (a cura Anpi provinciale di Bergamo, associazione Ribelli della Montagna e Amministrazione comunale di Rovetta - locandina)

Questo edificio è un monumento. Si tratta della cascina detta “I Casocc” (Cascina Casotto), che risale al XVII secolo e che è stata dichiarata “di interesse particolarmente importante” ai sensi della Legge n.1089/39 dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali con provvedimento Ministeriale del 19.3.1999, e pertanto da salvaguardare mediante “interventi di restauro e risanamento conservativo attento alla tipologia tipica della tradizione edilizia locale”. La cascina si trova sulla sommità della omonima collinetta, certamente il più bel punto panoramico di tutto il nostro paese. Nel quadro di un contenzioso tra privati, complesso e ancora in itinere, all’interno del quale una delle parti ha avuto la facoltà di sfrattare chi ci abitava, la cascina è attualmente disabitata, da un anno circa. Disabitata e sbarrata, con conseguente accelerazione del processo di fatiscenza.

Altre foto: qui

Cascina “I Casocc”. Scheda: qui


(17.05.15) RIVA (DEL GARDA). DEDICATA A GRACCO E AL SINDACO CHE ASCOLTA LA COLOMBA DI NOTTE

Due ragazzi sedevano sul muretto del molo e giocavano a dadi. Un uomo leggeva una rivista sui gradini di un monumento all’ombra dell’eroe che brandiva la sciabola. Una ragazza alla fontana riempiva d’acqua il suo mastello. Un fruttivendolo stava accanto alla sua merce guardando verso il lago. In fondo a una bettola, attraverso porte e finestre vuote, si vedevano due uomini con del vino. L’oste sonnecchiava davanti, seduto a un tavolo. Un battello scivolò silenzioso, come se fosse trainato, dentro il piccolo porto. Un uomo vestito di una casacca blu saltò a terra e tirò le funi attraverso gli anelli. Altri due uomini, in giacca scura con bottoni d’argento, portavano dietro al capitano una bara su cui evidentemente giaceva un uomo, sotto un grande telo di seta ornato di fiori e di frange. Sul molo nessuno si curò dei nuovi arrivati, neppure quando posarono la bara per aspettare il capitano, che era ancora affaccendato con le funi, nessuno si avvicinò, nessuno rivolse loro domande, nessuno li osservò più attentamente. Il capitano fu trattenuto ancora un poco da una donna che, con un bambino al seno e i capelli sciolti, appariva ora sul ponte. Infine giunse, accennò a una casa giallastra a due piani che lì vicino, a sinistra, si alzava verticale non lontano dall’acqua, i portatori sollevarono il peso e lo trasportarono attraverso il portale basso ma formato da sottili colonne. Un ragazzino aprì una finestra, fece in tempo a notare come il gruppo scomparisse nella casa e richiuse in fretta. Anche il portale ora venne chiuso, era ben costruito con pesante legno di quercia. Uno stormo di colombe che finora aveva volato intorno al campanile si posò sulla piazza davanti alla casa. Una di esse volò fino al primo piano e picchiettò sul vetro della finestra. Erano uccelli di colore chiaro, vivaci e ben nutriti. Con grande slancio, la donna dalla barca gettò loro del grano, gli uccelli lo raccolsero e volarono verso di lei. Un uomo anziano con cilindro e fasciato a lutto scese lungo una delle stradine sottili in forte pendenza che conducevano al porto. Si guardava intorno con attenzione, tutto lo turbava, la vista di immondizia in un angolo gli piegò il viso in una smorfia, sui gradini del monumento c’erano bucce di frutta, egli le spinse giù, passando, con il bastone. Giunto al portale con colonne, bussò, togliendosi al contempo il cilindro con la destra guantata di nero. Il portone si aprì immediatamente, almeno cinquanta ragazzini formavano una fila nel lungo corridoio, inchinandosi. Il capitano scese le scale, salutò il signore, lo condusse di sopra, al primo piano fece con lui il giro del cortile circondato da logge slanciate, ed entrambi entrarono, mentre i ragazzi si affollavano a rispettosa distanza, in un grande ambiente fresco nel retro della casa, di fronte al quale si ergeva non un’altra casa, ma solo una nuda parete di roccia nerastra. I portatori erano impegnati ad alzare e accendere alcune lunghe candele alla testa della bara; non per questo si ottenne luce, ma solo furono snidate le ombre che prima riposavano, e ora ondeggiavano sulle pareti. Il telo era stato rimosso dalla bara. Giaceva là un uomo con barba e capelli cresciuti disordinatamente insieme, pelle abbronzata, di aspetto simile a un cacciatore. Giaceva immobile, apparentemente senza respirare, con gli occhi chiusi, tuttavia solo le circostanze inducevano a pensare che potesse trattarsi di un morto.
Il signore si avvicinò alla bara, pose una mano sulla fronte dell’uomo disteso, quindi si inginocchiò e pregò. Il capitano fece un cenno ai portatori perché lasciassero la stanza, quelli uscirono, cacciarono i ragazzi che si erano affollati là fuori e chiusero la porta. Ma al signore questa quiete sembrò ancora insufficiente, guardò il capitano, questi capì e attraverso una porta laterale passò nella stanza adiacente. Subito l’uomo nella bara aprì gli occhi, con un sorriso doloroso volse il capo al signore e disse: “Chi sei?” Il signore, senza stupore apparente, si alzò dalla sua posizione inginocchiata e rispose: “Il sindaco di Riva.” L’uomo nella bara fece un cenno, indicò una sedia con il braccio debolmente alzato e disse, dopo che il sindaco aveva accolto il suo invito: “Naturalmente, signor sindaco, lo sapevo già, ma nel primo momento dimentico sempre tutto, tutto mi gira intorno ed è meglio che io chieda, anche quando so già tutto. Probabilmente anche lei sa che io sono il cacciatore Gracco.” “Certo”, disse il sindaco, “lei mi è stato annunciato stanotte. Dormivamo da parecchio, quando verso mezzanotte mia moglie esclama: “Salvatore” - così mi chiamo - “guarda la colomba alla finestra”. C’era in effetti una colomba, ma grande come un gallo. Mi è volata all’orecchio e ha detto: “Domani verrà il morto cacciatore Gracco, accoglilo in nome della città.”" Il cacciatore fece un cenno e passò la punta della lingua fra le labbra: “Sì, le colombe mi precedono in volo. Ma lei, signor sindaco, crede che io debba fermarmi a Riva?” “Questo non posso ancora dirlo”, rispose il sindaco. “Lei è morto?” “Sì”, disse il cacciatore, “come lei può notare. Molti anni fa, ora devono proprio essere moltissimi anni, nella Foresta Nera, che è in Germania, precipitai da una roccia mentre inseguivo un camoscio. Da allora sono morto.” “Eppure lei è anche vivo?” disse il sindaco. “In un certo senso”, disse il cacciatore, “in un certo senso sono anche vivo. La mia barca funebre ha sbagliato strada, un falso movimento del timone, un attimo di disattenzione del conducente, una deviazione nella mia meravigliosa patria, non so che cosa fu, solo questo so, che sono rimasto sulla terra e da allora la mia barca viaggia sulle acque terrene. Così io, che avrei voluto vivere solo sui miei monti, viaggio dopo la mia morte in tutti i paesi della terra.” “E non ha parte alcuna dell’aldilà?” domandò il sindaco con la fronte aggrottata. “Sono sempre sulla grande scala che porta lassù,” rispose il cacciatore, “su questa gradinata infinitamente ampia io mi aggiro, ora su ora giù, ora a destra ora a sinistra, sempre in movimento. Ma se prendo uno slancio decisivo verso l’alto, e già la porta mi risplende lassù, allora mi risveglio nella mia vecchia barca, che ristagna desolata in qualche acqua terrestre. L’errore di fondo della mia morte di un tempo mi deride nella mia cabina, Julia, la moglie del capitano, mi porta alla mia bara la bevanda mattutina del paese la cui costa stiamo attraversando.” “Un brutto destino”, disse il sindaco con la mano alzata come per difendersi. “E lei non ne ha colpa?” “Nessuna”, disse il cacciatore, “ero un cacciatore, forse è una colpa questa? Praticavo la caccia nella Foresta Nera, dove a quei tempi c’erano anche i lupi. Tendevo agguati, tiravo, colpivo, scuoiavo, è forse una colpa? Il mio lavoro era benedetto. Mi chiamavano il grande cacciatore della Foresta Nera. E’ forse una colpa?” “Non è compito mio deciderlo”, disse il sindaco, “ma neppure a me tutto questo sembra una colpa. Ma allora di chi è la colpa?” “Del barcaiolo”, disse il cacciatore
“E ora lei pensa di rimanere da noi a Riva?” chiese il sindaco. “Io non penso”, disse il cacciatore sorridendo, e per attenuare lo scherzo pose la mano sul ginocchio del sindaco. “Io sono qui, altro non so, altro non posso fare. La mia barca è senza timone, viaggia con il vento che soffia nelle regioni più basse della morte.”
(Franz Kafka, traduzione Mauro Nervi, cfr. qui)


(14.05.15) SAN PAOLO D’ARGON. DISTRUTTO IL PRATO DIETRO LA SCUOLA MATERNA

Ormai in tanti hanno potuto vedere che il prato posto a nord della scuola materna parrocchiale è stato assalito alla grande dalle ruspe e completamente smantellato in pochi giorni. Secondo il progetto di restauro dell’ex Monastero Benedettino, approvato una decina di anni fa col parere favorevole anche della nostra amministrazione comunale, l’intero prato doveva essere destinato alla realizzazione di un grande parcheggio a servizio delle nuove strutture previste nell’ex Monastero. Si poteva sperare che in corso d’opera la Diocesi di Bergamo, titolare e responsabile dei lavori, rinunciasse a questa ulteriore cementificazione, anche perché in quanto ad aree a parcheggio per l’ex Monastero (che ospita tutt’oggi la scuola privata di Comunione e Liberazione) è previsto pure un cospicuo ampliamento del sagrato davanti alla Chiesa parrocchiale. Ma le cose, come ognuno può notare, non sono andate così e la nostra comunità dovrà rassegnarsi a fare a meno di un’altra area verde.

Altre foto: qui

Restauro ex Monastero. Archivio: qui


(15.05.15) CASAZZA. SERATA INFORMATIVA E PROIEZIONE DEL DOCUMENTARIO “ROVETTA. SE ANCHE STANOTTE DURASSE CENT’ANNI”

* Venerdì 15 maggio, ore 20.45, a Casazza, c/o Sala Consiliare, Municipio, Via della Pieve 2; ingresso libero - tutta la cittadinanza è invitata a partecipare (a cura di Anpi - sezione Valcavallina e Valcalepio in collaborazione con “I ribelli della montagna”)

Rovetta è un piccolo paese della provincia bergamasca: 4000 anime ai piedi della Presolana, in alta Val Seriana.
Dal 1986, ogni anno simpatizzanti e nostalgici camerati provenienti da tutta Italia si riuniscono nel piccolo cimitero del paese per commemorare i miliziani della RSI della Legione Tagliamento fucilati dai partigiani, in quello che nel corso degli anni è diventato uno dei maggiori raduni nazifascisti in Italia.
E come ogni anno si ritroveranno, il 24 Maggio 2015, in una parata di effigi nazifasciste, teste rasate, saluti romani e inni al Duce; il tutto alla luce del sole, tra il silenzio-assenso delle istituzioni e la benedizione del loro prete in camicia nera: Padre Tam.
È proprio questa che si ritrova a Rovetta ogni annoquell’Italia che vuole oltraggiare la memoria di chi ha lottato per la liberazione della nostra terra dalla follia fascista, celebrando come martire una delle più feroci ed efferate squadracce del periodo più buio della storia del nostro Paese.
L’obiettivo della serata è quello di mostrare il vero volto che si cela dietro il raduno di Rovetta, un bieco tentativo di mistificazione storica che vuole stravolgere la realtà dei fatti, ma teme di mostrarsi per ciò che in realtà è, nascondendosi dietro l’apparenza del semplice ricordo di vecchi amici scomparsi, è quello di mostrare ciò che avviene ai margini di questo raduno: mostrarvi il vero volto di questinostalgici revisionisti, non tanto nei loro vestiti e nelle loro pose da ventennio, ma in quello che nascondono e in quello che si portano realmente appresso. Mostrarvi la nuda e cruda realtà, raccontarvi la storia dei fatti che si svolsero a Rovetta quel 28 Aprile del 1945.

Locandina: qui



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Giorgiana Masi

Roma, 6 agosto 1958 – Roma, 12 maggio 1977



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